venerdì 27 marzo 2015

FENOMENOLOGIA DELL’AUTORAZZISMO, Parte IV

SENZA COSCIENZA NON CI SARÀ MAI SPIRITO






Italiani all’estero

Quello che mi scoraggia maggiormente è che mi sarei aspettato un capovolgimento di fronte in tante persone che ho conosciuto, direttamente o indirettamente, all’estero. Sì perché adesso che all’estero ci sono da qualche anno, l’inconsistenza dell’autorazzismo e del pensiero unico la vedo tutta, e siccome io non sono sicuramente diverso da molti altri, mi sarei aspettato di trovare tanta altra gente che ha avuto finalmente la conferma che non era e non poteva essere così.
E invece mi sbagliavo!
Ho trovato tante cose, ma sulla lotta all’autorazzismo ben poco.
Qualche giorno fa mi è capitato di vedere questi video apparsi su trasmissioni Rai e su Repubblica.it.



A Conti Fatti 27/02/2015 (dal minuto 20 circa)

Li ho guardati perché i ragazzi italiani che vi hanno preso parte (Giulia, Marco, Silvia e Gabriele), li ho conosciuti, li ho incontrati, anche se di sfuggita, ho avuto qualche scambio di email. Ricordo ancora che, prima di partire e di prendere la decisione di trasferirci, ero confuso e avevo parecchi dubbi. Mi ero rivolto a Silvia e Gabriele, per esempio, chiedendo loro informazioni e magari anche un parere.


Oggi mi accorgo di quanto strane possano sembrare quelle email. Ora che dall’altra parte ci sono io, riconosco le domande, le preoccupazioni e le capisco, proprio perché anch’io le ho scritte e ricordo bene lo stato d’animo che c’era dietro.
Quelli che scrivono queste mail non sono tutti degli scansa fatiche che non vogliono perdere tempo a cercarsi le informazioni. Spesso hanno già letto tantissime pagine, spesso hanno già fatto parecchi viaggi, spesso hanno già tutte le informazioni che cercano. Vogliono solo sentirselo dire di nuovo. Vogliono essere rassicurati, vogliono sentirsi ripetere le stesse cose tante e tante volte perché hanno paura e sono insicuri. Perché stanno per fare un passo importante e spesso stanno svegli la notte a pensarci. In mezzo a questi ci sono anche molti che non meritano grandi risposte, ma a quelli penserà il tempo.
Ad ogni modo, con riferimento ai link di cui sopra, sono rimasto molto perplesso quando li ho visti lì a raccontare le loro storie, non perché abbiano espresso concetti sconcertanti, anzi penso che vadano visti come esempi positivi, ma piuttosto non capivo se solo io vedevo il modo in cui venivano strumentalizzati. Sì, strumentalizzati, perché un conto è guardarli con gli occhi di chi vive in Svezia e un altro è ascoltarli in Italia. Mi sono infatti sforzato di ricordarmi chi ero tre anni fa prima di partire, quali erano i miei pensieri e la mia idea di Svezia di allora. Ho osservato quelle che erano le mie credenze e le ho paragonate a quello che vivo oggi. Ho ricordato gli stereotipi di allora e li ho riportati al presente. Ho provato a rimettermi nei panni del me di allora e di assistere a quei video e pensare a che effetto mi avrebbero fatto.
Occorre in primis contestualizzare il periodo in cui viviamo e cosa sta succedendo intorno a noi. Da diversi anni, infatti, i maggiori quotidiani italiani da Repubblica, al Corriere passando per il Fatto Quotidiano, hanno delle vere e proprie rubriche sugli Italiani all’estero e sui loro successi. C’è sempre il panettiere che arrivato a Sidney attraverso Dubai ha aperto il miglior ristorante della sua zona, il ricercatore che lavora per la Nasa, la coppia di inguaribili sognatori che finalmente ha aperto il miglior negozio di design a Singapore. E così via, potete verificare di persona: Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Il Corriere della Sera.
Il fatto è che queste rubriche sono nate e si sono sviluppate proprio all’apice della più grande crisi economica che abbia investito l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Più il tasso di disoccupazione aumentava e più i giornali spingevano sull’acceleratore. Si può anche speculare sulla crisi del proprio paese e la stampa non si è di certo tirata indietro.
Giusto per capire, quando, a Maggio 2014, Silvia e Gabriele apparivano su Rupubblica.it, la disoccupazione in Italia era al 12.4% (giovanile 42.6%, dati Istat), mentre proprio l’altro giorno l’ISTAT ha diffuso i dati relativi all’ultimo trimestre 2014, dove si legge 13% per quanto riguarda il tasso di disoccupazione totale, mentre 42.3% per quella giovanile.
Qui i dati Eurostat: Link1 e Link 2 dal 2010 ad Ottobre 2014.




Giusto per avere un'idea è meglio osservare anche tutta la serie dal 1960 al 2014:




Mentre ascoltavo le loro voci non riuscivo a distogliere lo sguardo da quei dati e dal contesto in cui il messaggio veniva lanciato. E mentre li guardavo mi ronzavano per la testa tutte quelle cifre in euro, che echeggiavano qua e là nei servizi. Chissà il perché di quelle cifre? Il denaro quale misura universale di tutto il creato.
Vorrei anche far notare alcuni dettagli della puntata di A Conti Fatti: vorrei che guardaste l’espressione della conduttrice ogni volta in cui si parla di Italia. Le vedete le smorfie, i gesti, quel risolino stampato sul volto quasi di compassione? E poi le sentite le parole di adorazione per la Svezia, per il modello svedese?
Altri dettagli un po’ alla rinfusa: in un contesto di disoccupazione al 12-13% il video su Repubblica si apre parlando di contratti di lavoro a tempo determinato, precariato, Coco. Pro, Co.co.co. e poi continua con la frase “Dieci anni, dieci mesi”. Insomma non si parte con le aurore boreali per poi fare accenni sulla vita della famiglia, ma si da subito un messaggio molto diretto e molto sentito nel momento in cui il video appare. I recettori degli Italiani erano e sono tutt'ora molto sensibili, soprattutto se si parla di lavoro, precariato, stato sociale, e quant’altro.
Non mi fraintendete, niente di quello che viene detto deve essere messo in discussione, i dati, le esperienze personali e la visione di Giulia, Marco, Silvia e Gabriele sono tutti veri e devono essere rispettati; il problema è che messi nel contesto di quelle trasmissioni hanno suscitato in me come un senso di imbroglio o raggiro. Imbroglio che veniva fatto proprio sia ai danni degli stessi interlocutori, che cercavano di portare la loro testimonianza e le loro esperienze, sia ai telespettatori. Quello che mi ha infastidito più di tutto, è la sensazione (mia e soggettiva) che si siano usate persone per bene, ragazzi che hanno sgobbato, non per presentare esempi di vita, ma per contrapporre qualcosa di estremamente positivo a qualcosa che invece non lo è.
Il fatto di rimarcare sui servizi alle famiglie che la Svezia offre, sui salari più alti, sugli orari di lavoro mi ha riportato alla mente una visione stereotipata dell’Estero. Sono convinto che Giulia, Marco, Silvia e Gabriele avranno senz’altro parlato di tantissime altre cose e avranno registrato molti altri loro pensieri, ma quello che è rimasto nel montaggio dei video o nell’intervista è solo il solito mantra. Ecco perché parlo di strumentalizzazione: perché sono certo che ci sarebbe stato molto di più da mostrare, una realtà meno ritagliata, perché chi vive qui da oltre cinque anni sa bene di cosa sta parlando, e invece non è rimasto granché.
Io sono convinto della buonafede di chi ha partecipato a quei video, sono anche convinto che lo abbiano fatto per far vedere che all’estero non esistono mondi a cinque dimensioni, ma semplicemente si sono trovate soluzioni migliori a un certo tipo di problemi. Sicuramente non hanno in alcun modo screditato l’Italia né tantomeno osannato la Svezia, ma questa oggettività si è poi conservata nel risultato finale? E’ questo quello che traspare veramente?
La trasmissione mi ha nuovamente lasciato la sensazione in cui la madre Italia abbandona i propri figli al proprio destino, incapace di prendersi cura di loro e di fornirgli la vita che meritano. La conduttrice non si rattrista del fatto che persone così in gamba abbiano lasciato il paese e non abbiano intenzione di tornarci, ma sorride, ammiccando e lasciando sottintendere che non ci si poteva aspettare altro da un paese del genere. A me sembra che l’immagine che queste persone incarnino sia stata usata in modo sottile per trasmettere anche un altro tipo di messaggio, indirizzato soprattutto a chi all’estero non può andarci e che con la realtà italiana deve farci i conti tutti i giorni.
La cosa che mi preme maggiormente sottolineare è l’uso che ne viene fatto del messaggio. Quello che voglio dire è che non trovo nulla di sbagliato nell’essere fieri e orgogliosi di ciò che si è fatto, di ciò che si è realizzato.
Magari non è così facile immaginare la fatica che si fa ad abbandonare una realtà tutto sommato conosciuta e dover ricominciare da capo, da soli e contando solo sulle proprie forze. Crescere una famiglia è una cosa complessa all’interno di un paese noto: pensate di doverlo fare in un sistema nuovo e spesso sconosciuto. Lavorare non è sempre così facile: provate a pensare di doverlo fare in una lingua che conoscete a malapena. Questi sono solo alcuni degli aspetti macro, ma ne esistono altri mille che se ben più piccoli, rendono il vivere quotidiano non così scontato. Ecco, non voglio parlare a nome di Giulia, Marco, Silvia e Gabriele, che sicuramente hanno le loro specificità e che io non conosco a fondo, ma vi parlo di me.
Io sono contento di ciò che ho fatto e di ciò che faccio. Sono contento di esser riuscito, insieme a mia moglie, ad arrivare qua con le nostre forze e di aver compiuto un bel pezzo di strada aiutandoci l’un l’altro e facendo affidamento, spesso, solo su noi stessi. Sono contento di aver sbagliato perché da lì ho imparato, sono contento di essermi messo alla prova perché ho scoperto i miei limiti. Sono contento della professionalità, delle capacità e delle competenze che mi vengono riconosciute. Sono contento, tutto sommato, di potermi realizzare anche nel mio lavoro e di vedere che l’impegno, non solo porta buoni risultati, ma è spesso riconosciuto. E’ questo fonte di orgoglio? Sì, lo è!
Certo, non me ne vanto continuamente e me lo tengo stretto tra i denti, ma alla fine non posso negarlo. Se l’ho scritto è proprio perché è comunque importante che le persone sappiano che esiste la possibilità di coniugare lavoro e famiglia, di sentirsi realizzati e allo stesso tempo di non dover sacrificare nulla in più di ciò che è richiesto. Esiste anche la possibilità di eccellere grazie alle proprie capacità senza aver bisogno di raccomandazioni o escamotage. Esistono i cervelli in fuga: persone in gamba che in Italia non hanno avuto le giuste possibilità o non sono riusciti a esprimere i propri talenti. Esistono tanti ricercatori, professionisti e talenti che all’estero sono riusciti a esprimere le loro capacità meglio che in Italia. Esistono, ma questo non vuol dire che tutti gli emigrati siano Einstein.
Esiste anche la normalità: io sono normalità. Esistono infatti anche persone normali, privilegiate ma normali: io non sono un cervello in fuga, primo perché non sono scappato e secondo perché il mio cervello, se con questa parola si vuole identificare una particolare intelligenza, non è superiore a nessun altro. Però sono e resto un privilegiato, perché mi è stata data l’opportunità di aver accesso ad un’istruzione e ad un’educazione di buon livello che mi ha aperto tante porte. Sono un privilegiato perché la mia famiglia non mi ha mai fatto mancare nulla e perché ho sempre avuto la possibilità di scegliere senza vincoli di alcun tipo. Mi è stata data più di un’opportunità e forse il mio merito sta solo nell’averla colta.
Lo dico perché mi sembra che, dal sistema di informazione, passi invece, più o meno indirettamente, il messaggio opposto, ovvero che là fuori tutto è possibile, tutti possono essere quello che qui non saranno mai. Tutti possono avere tutto.
Viene quindi affievolito il senso della normalità, un po’ probabilmente per esigenze di pubblico (audience), e un po’ per esigenze di pensiero. Quello che infatti trovo sempre e solo flebilmente accennato è la scomparsa del perché.
La domanda è semplice: ammesso che tutti gli emigrati italiani siano talenti in fuga, perché riescono ad affermarsi e ad emergere in paesi stranieri rispetto ai loro colleghi? Perché pur partendo da situazioni di svantaggio (la lingua, per esempio), riescono a recuperare o addirittura a far meglio di tanti altri che nei nuovi paesi sono nati e cresciuti? Perché, per farla corta, ce la fanno?
Senza nulla togliere ai singoli soggetti e a tutte le persone che ogni giorno appaiono nelle rubriche dei giornali, ma non può essere questa la prova che la tanto declassata Italia, non è così male sotto certi punti di vista? Non mi riferisco solo al sistema d’istruzione, che comunque anderebbe tutto sommato rivalutato, o paragonato in maniera più oggettiva, ma vorrei usare la parola educazione nel senso etimologico del termine. Premesso che pur venendo da un sistema scolastico di provincia e avendo avuto un percorso di studi normalissimo, non ho nulla da invidiare a tanti miei colleghi con cui lavoro tutti i giorni. Che siano Svedesi, Tedeschi, Indiani, Coreani o Finlandesi, non ho mai trovato dei geni assoluti né tanto meno ho mai avvertito una forte disparità imputabile al mio grado di formazione.
Ma tralasciando questo, che di per sé varrebbe a soverchiare un sacco di diceria sulla scuola italiana, rivolgo lo sguardo all’educazione e al mio essere persona.
Educazione: Il processo attraverso il quale vengono trasmessi ai bambini, o comunque a persone in via di crescita o suscettibili di modifiche nei comportamenti intellettuali e pratici, gli abiti culturali di un gruppo più o meno ampio della società.
Avete letto bene l’ultima frase? C’è scritto che se io sono quello che sono, oltre ad una componente fattuale, c’è anche un processo educativo in cui mi sono stati trasmessi tutta una serie di valori, idee e strumenti che mi hanno permesso di essere me. Ma se questa persona è un individuo che tutto sommato riesce a realizzarsi e compiere i suoi progetti, talvolta in modo anche egregio, allora quegli strumenti, che mi sono stati dati, non sono proprio così scadenti. Non parlo solo di scolarizzazione e di intelligenza (quella meramente chimica), parlo del fatto di essere il proseguimento della storia della mia famiglia e con lei della società in cui essa si è sviluppata e del paese in cui è nata. Io sono il risultato di un divenire: i miei genitori e i miei educatori, non hanno fatto altro che trasmettermi quello che a loro volta era stato trasmesso loro. Ovviamente ci si è evoluti, lasciando indietro quello che non serviva più e sviluppando quello che sarebbe stato più necessario, ma quel filo conduttore è buono, funziona.
I cervelli in fuga sono i figli dei loro padri, che li hanno messi al mondo, cresciuti ed educati in Italia e secondo un sistema che è il riflesso di quella società. Piaccia oppure no, i meriti non sono solo loro, il loro modo di essere e di agire ha una componente individuale, ma ha anche una sua specificità che è tutta italiana.
E se tanti Italiani all’estero sono persone in gamba, lo sono anche in ragione del fatto che sono italiani. Quindi, il mostrarsi e il mostrare i propri successi e i propri talenti realizzati dovrebbe confermare il fatto che quel paese tanto denigrato dagli autorazzisti funziona e spesso anche in modo migliore di quanto si possa credere.
Il problema risiede nel fatto che l’Italiano all’estero è sempre rappresentato come il figlio lasciato davanti al convento dalla propria madre. E’ la prova provata che l’Italia è un paese che rinnega e abbandona le sue risorse migliori e spreca in favore di altri il proprio potenziale. Il cervello in fuga, da cartina tornasole, diventa atto probatorio dell’inferiorità dell’Italia. All’estero si realizza sempre l’individuo, il singolo, l’unicum che con il proprio talento viene accolto e cullato dai nuovi virtuosi cittadini. La storicità scompare sempre, dilaniata dall’evidenza di tutti quei problemi che soffocano il futuro dei figli d’Italia. Perché i problemi, ci sono e sono tanti e spesso sono insopportabili, ma il fatto che in mezzo a quei problemi la società ha comunque partorito ed educato tanti buoni cervelli non è mai messo in luce.
Non giustifico nulla: sono il primo a condannare la totale assenza di possibilità per molte persone in Italia, sono il primo a dire a chi si trova il futuro sbarrato, di fare la valigia e bussare altrove, ma non accetto che questo venga utilizzato per mortificare gli altri o distorcere i fatti. Non accetto che di fronte ad un problema si proponga una chiave di lettura falsa, che punta a far vedere un dito e a nascondere la Luna.
Non accetto che l’esperienza di altre persone venga utilizzata per alimentare l’autorazzismo; che si continui a nascondere la realtà dietro agli stereotipi e che si neghi il diritto di replica senza mai mostrare quello che va al di fuori del pensiero unico.

Infine, non accetto che non si allarghi mai la telecamera su tutto il resto. Perché tacere una verità equivale a mentire. Allora la verità è dire tutto, anche le cose che ci sembrano banali, anche quei dettagli che riteniamo insignificanti. La verità è tutta e ogni tanto bisognerebbe indignarsi (meglio incazzarci) quando non viene mostrata nella sua integrità.

1 commento:

  1. Marco Delle Monache29 marzo 2015 10:32

    Qui in Spagna c'è un programma televisivo intitolato "Españoles por el mundo" (spagnoli per il mondo), che, in un popolo anch'esso grosso modo autorazzista come quello spagnolo, permette che la lingua batta sempre e solo dove il dente duole, soprattutto in epoca di crisi: mancanza di servizi, salari bassi, burocrazia infinita e via dicendo.

    Ma, davanti a una simile ode all'individuo di successo -avulso da qualunque contesto sociale ed educativo, appunto- all'Estero, perché, si chiede un mio caro amico, non emettere un programma parallelo dal titolo "Aguardienteros por el mundo" ("grappizzati", "assuefatti alla grappa" per il mondo), dedicato a quelli che non cel'hanno fatta?

    Complimenti e tante grazie per l'iniziativa e l'ottimo lavoro.

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