domenica 16 marzo 2014

Kräkningar

Ante scriptum: rileggendo il post mi sono accorto che tra le righe (ma non solo) emergono molti paralleli italo-svedesi. Fondamentalmente non l´ho fatto per decretare vincitori né vinti, ma vorrei rimarcare il fatto che qui c’è la nostra visione della realtà indipendentemente da quale che sia la nazione in cui questa si presenti. Come spesso ribadito qui non c´è la Svezia e nemmeno l’Italia, qui c´è la nostra Svezia e la nostra Italia. Chi ha orecchi per intendere, intenda!


Dunque, alcuni post addietro avevo lasciato un discorso in sospeso. Oggi, a distanza di quasi due anni, qualche esperienza in più l’abbiamo fatta e quindi possiamo ripartire da lì.

Questa settimana la Bea è stata davvero male! Siamo partiti Lunedì con un bel virus intestinale che l’ha stesa. Vomito e diarrea a ciclo continuo. Meno di due settimane fa eravamo tutti a letto con l’influenza e adesso eccoci pronti a ripartire.

A parte che non è mai facile mettere in fila tutte le cose quando si sta male, ma almeno cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi per quanto si possa. Quello che ci ha lasciato questa settimana è una maggiore esperienza sulla sanità qui in Svezia e di questo vi voglio raccontare.

Lunedì infatti, capendo che non si trattava di un semplice mal di pancia, abbiamo chiamato il vårdcentralen (Centro per la Salute). Il vårdcentralen è sostanzialmente la versione 2.0 del medico di base italiano.  E' un centro con personale ospedaliero (medici e infermieri) che ha in cura un determinato numero di abitanti della città. Ogni città ha diversi vårdcentralen in base alla popolazione. Ogni persona ha il proprio vårdcentralen (esattamente come il medico della mutua) e in caso di necessità lì deve rivolgersi. La differenza rispetto al medico tradizionale è che nel proprio vårdcentralen, oltre alla possibilità delle normali visite, si ha anche l’opportunità di effettuare analisi e interventi di chirurgia di base. Quindi, se uno deve fare gli esami del sangue, li può fare lì. Se uno si è tagliato un dito e ha bisogno di una sutura, sempre lì. Non so bene quando scatti la soglia per cui dal vårdcentralen si passi all’ospedale (penso che non tutti i vårdcentralen abbiano le attrezzature per la TAC o non so in caso di fratture ci sia un ortopedico con relativa sala gessi), ad ogni modo una persona mediamente sana che ha bisogno di un paio di visite all’anno, per i classici malanni, o magari degli esami del sangue può tranquillamente non dover mai metter piede in ospedale. Io la trovo una cosa molto positiva e anche efficiente, soprattutto in termini di tempo. Ah quasi dimenticavo, in Svezia (come sempre) si paga tutto, poco e tutti. A parte i bambini, penso fino a 16 anni ma non sono del tutto sicuro, dovrei controllare, e gli anziani, tutti gli altri pagano. Qui nel Södermalm sono 100sek (circa 11€) per una visita infermieristica e 150sek (circa 17€) per il medico. Non so dirvi per le analisi perché le uniche che ho fatto, me le hanno fatte in azienda, ma penso non siano cifre esorbitanti. Una volta raggiunto un tetto massimo annuale, poi é tutto gratis.

Ad ogni modo non è sempre oro quello che luccica. Il primo aspetto riguarda le modalità di accesso al vårdcentralen. Occorre sempre prenotare per telefono e se ci si presenta alla reception senza appuntamento si viene gentilmente (ma neanche tanto) rispediti al mittente. Si chiama la segreteria automatica e si lascia il proprio numero e personnummer (codice fiscale) e solitamente si viene richiamati nel giro di un paio d’ore. Poi l’infermiera alla reception fa un po’ di domande per capire la gravità del caso e decide quando dare l’appuntamento. Ora, occorre una certa abilità nel superare l’ostruzionismo delle infermiere addette al centralino che, generalmente, non si scompongono nemmeno di fronte a parole come privo di conoscenza o morte. A parte un po’ di ironia, a volte è molto frustrante sentirsi dire continuamente di aspettare un paio di giorni in attesa che la situazione migliori, soprattutto quando si sta male o quando vostra figlia ha la febbre a 39C da almeno un paio di giorni. Anche perché il calendario delle visite è giornaliero. Mi spiego meglio. Vengono fissati solo gli appuntamenti della giornata in corso e non vengono stabilite visite per i giorni a seguire. Per cui se si tarda a telefonare non c’è speranza di poter essere visitati e occorre fare tutta la trafila di nuovo il giorno seguente. Generalmente dopo le 9.00 del mattino si è spacciati!

Nonostante questo, con un po’ di esperienza, buone maniere e tempismo si hanno buone probabilità di vedere un medico entro le 24 ore.
Ora, la Svezia ha, per scelta o per condizione cronica, carenza di personale medico. A detta di tre colleghi le cui mogli e compagne lavorano negli ospedali tra Eskilstuna e Stoccolma, se sei medico o infermiere c’hai da pedalare perché il rapporto pazienti/medici è abbastanza alto. 

Perché dico questo, perché Lunedì, causa ondata di influenza e varicella che ha investito Eskilstuna, tutti i vårdcentralen erano intasati e già alle 8:30 di mattina la segreteria per le prenotazioni rispondeva con il messaggio: chiamate l’1177, ovvero il numero per l'assistenza sanitaria. In poche parole avevano staccato il telefono!


Anche con l’1177 occorre una certa dimestichezza. Primo serve che la batteria del cellulare sia ben carica. I minuti di attesa in linea sono sempre almeno 20. Se poi si chiama in orario di pranzo, allora mettetevi comodi perché c’è da aspettare almeno il doppio. Su questo ho le prove dirette e anche fonti certe che me lo hanno confermato. Poi, anche in questo caso, c’è sempre da fare opera di convincimento!


Ad ogni modo dopo la prima chiamata all’1177, spiegando i sintomi della Bea, otteniamo questo: vätske-ersättning. 


Vätske-ersättning è il “farmaco” prodigioso in grado di sconfiggere qualunque male riguardante stomaco e intestino. A dire il vero da quel che mi hanno detto in farmacia e da quanto scritto sopra il foglietto illustrativo, si tratta di fermenti e minerali che dovrebbero aiutare a ripristinare la flora intestinale, ma qui è un po’ come il guaritore assoluto per cui un paio di bustine dovrebbero avere lo stesso effetto della pozione di Asterix e Obelix.

Sfortunatamente vätske-ersättning non ha avuto gli effetti sperati sulla Bea, che ha continuato a rimettere con la stessa frequenza per un altro paio di giorni. Mentre quelli del vårdcentralen erano alle prese con la più grave pestilenza che abbia afflitto Eskilstuna dal dopoguerra, essendo il centralino perennemente scollegato, abbiamo di nuovo chiamato l’1177 e dopo quattro giorni ci hanno detto di andare all’ospedale. E qui si apre un capitolo nuovo.

Dunque l’1177 ha inviato il nostro anmälan (la nostra notifica) al reparto Barnakutmottagning ovvero il reparto di pediatria del pronto soccorso, fornendoci anche tutte le istruzioni sul come e dove raggiungere il luogo. Arrivati in ospedale la Bea ha rimesso proprio davanti all’entrata ma per fortuna siamo riusciti ad arginare la situazione, poi abbiamo seguito alla lettera le istruzioni e siamo andati alla reception del reparto. Lì avevano già preparato una cartella per la Bea con le informazioni che avevamo lasciato all’1177. Ovviamente il reparto era tutto su misura per bambini e famiglie ma, come era prevedibile, anche molto affollato e pieno di pianti e stridore di denti. 


Ecco cosa abbiamo fatto nelle tre ore in cui siamo stati lì.
Un’infermiera ha visitato la Bea, che nel frattempo piangeva abbastanza forte per il male alla pancia, e ci ha assegnato un codice (stessa scala come in Italia: bianco, verde, giallo e rosso).
Dopo la visita preliminare ci hanno fatto accomodare in una sala separata lontano da altri bambini possibilmente infetti (così ci hanno detto).
Il pediatra ha nuovamente visitato la Bea nel giro di mezzora e ci ha chiesto tutto sulla sua situazione. Dopo di che ha richiesto le analisi del sangue e delle urine.
L’infermiera ha preso un paio di campioni e una provetta di urine, la Bea ha ricevuto il suo bel cerotto colorato e un piccolo regalino, essendo stata molto brava, e poi sono andati in laboratorio.
Dopo un’altra mezzora è tornato il medico con i risultati e ci ha detto che tutte le analisi erano a posto e che molto probabilmente si trattava di un virus intestinale. Perfetto diagnosi fatta. La cura???
Poco cibo possibilmente scondito (riso, pane, maccaroni), acqua o saft con un po’ di zucchero e per finire vätske-ersättning (di nuovo!!!!).
Se le condizioni fossero peggiorate contattare nuovamente l’1177.

Anche in questo caso nulla da eccepire sulla professionalità del personale e la struttura, anche se un po’ di amaro in bocca mi è rimasto.
Per esempio, durante l’attesa, una signora, di chiare origini meridionali, con una bambina visibilmente sofferente, si è recata nella sala del personale e ha letteralmente cazziato tutti perché si stavano facendo la loro fika mentre bambini stavano male. No, no cosa avete capito non si tratta della mia Signora, lei dopo gli ultimi corsi comportamentali al Komvux, ha abbandonato il suo impeto meridionale e adesso ha un approccio molto più nordico. Praticamente in modo molto pacato e calmo riesce a mettere le persone di fronte ai loro errori senza che questi abbiano modo di replicare e li seppellisce sotto l’evidenza dei fatti e questi non possono far altro che accettare le conseguenze. Ma questa è un’altra storia...
Ad ogni modo come ho sempre detto, qui in Svezia, toglietemi tutto ma non la fika, che messa così suona un po’ stano ma è la verità e vale anche al pronto soccorso.

Altra punta di amaro in bocca quando il medico di fronte alla specifica richiesta di un qualcosa per calmare il vomito ci ha risposto che non c’era nulla del genere e di continuare con i rimedi della nonna. Ora io ultimamente con lo svedese ho fatto progressi e mia moglie molti più di me e non ci sono stati fraintendimenti linguistici, questo lo garantisco. Lui ha capito bene la domanda e noi altrettanto la risposta.
Va beh, poco male il medico ci ha salutato dicendoci che lui passava sempre le vacanze in Italia, che gli piaceva un sacco Como e poi un bell’arrivederci in italiano-scandinavo.



Venerdì le cose invece di migliorare sono peggiorate. Il vomito era sempre più frequente e ormai la Bea non riusciva a trattenere né cibo né liquidi. Quindi, Sabato mattina, collega il cellulare al carica batterie e chiama nuovamente l’1177. Dopo 45 minuti, ci dicono che adesso siamo gravi (e grazie al cazzo accidenti!!) e dobbiamo tornare al pronto soccorso. Essendo Sabato, questa volta il reparto di pediatria è chiuso e dobbiamo andare al Pronto Soccorso Generale (Akutmottagning).

Perfetto altro giro, altro regalo. Preso il numero alla macchinetta, spiegato tutto alla reception, compilato un nuovo foglio nella cartella della Bea, rifatta la visita per assegnare il codice. E poi di nuovo il medico, l’infermiera, le analisi sangue-urine, e nuovamente il medico.
La Bea ci è rimasta un po’ male perché questa volta le hanno messo un cerotto normale e non le hanno dato nemmeno un adesivo...pazienza.
Arrivano i risultati delle analisi e il medico ci fa vedere che i valori indicavano un netto miglioramento. Io le ho fatto notare che ormai gli spasmi le venivano anche quando beveva un goccio d’acqua e che non riuscendo a trattenere nulla era molto debole. La dottoressa ha quindi capito che cinque giorni ininterrotti di vomito e diarrea forse avrebbero debilitato un adulto, quindi figuriamoci una formichina di 12kg. Abbiamo posto di nuovo la fatidica domanda, sempre in modo molto discreto: non c’è nulla che possiamo usare per fermare gli spasmi??? Io dentro di me pensavo: se mi risponde vätske-ersättning, giuro che la mando a cagare lei insieme a tutti i fermenti le esprimo un minimo di disappunto. Ma qui arriva la sorpresa!
Lei esce, e poi torna con una siringa che contiene uno sciroppo e ci dice. Questo lo usiamo solo in ospedale per fermare il vomito, non potete prenderlo in farmacia con la ricetta. Il vätske-ersättning non usatelo più perché non serve a molto in questi casi (ma va?!?!). Per un attimo le ho voluto bene e ho ripreso un po’ di fiducia nel genere umano.

Sabato sera, la Bea ha preso lo sciroppo datoci “sotto banco”, e ha ripreso a mangiare. Oggi ha un colorito tendente al rosa, ha mangiato e da quasi venti ore non rimette più.



Sabato, a cena, mentre la vedevo magiare un po’ di riso, mi sono lasciato andare a qualche confronto con la mia Signora. Ho fatto un po’ di mente locale sulle mie esperienze da bambino e su quanto abbiamo sperimentato nel primo anno e mezzo con la Bea in Italia.
Come penso sarebbe andata in Italia: molto probabilmente avremmo chiamato la pediatra che, in funzione della gravità, sarebbe venuta a casa a visitare la Bea. Poi, dopo una normale visita, avrebbe prescritto uno sciroppo (per esempio Plasil o Peridon) e ci avrebbe detto di tenerla a digiuno o di mangiare in bianco. Tutto senza uno straccio di esame o senza versare una goccia di sangue. Molto probabilmente la Bea sarebbe stata male comunque per 4 o 5 giorni e poi si sarebbe ripresa normalmente. No ospedali, no altri medici no infermieri... una normale visita, ricetta (ovviamente non elettronica) e medicina.


Giusto? Sbagliato? Non lo so.

Non lo so nel senso che non so se questo modo in cui sono cresciuto sia effettivamente il migliore. Se dovessi sintetizzare, facendo ovviamente le rispettive approssimazioni:


Svezia: tante visite, tante analisi, nessun farmaco. 
Italia: una sola visita, no analisi, tanti farmaci.

Quale sia l’approccio migliore, io non lo so, non essendo medico non so se la soluzione migliore sia quella di aspettare che la malattia faccia il suo corso naturale, oppure utilizzare lenitivi che possano alleviare i fastidi (o il dolore) che la malattia provoca. Appunto non lo so e probabilmente mi servirà tempo per scoprirlo. Quello che so è che io sono cresciuto seguendo il metodo Italiano e quindi questo approccio è altamente radicato nella mia mentalità, ecco perché a volte storco un po’ il naso di fronte ad altri approcci. Sono però pronto a mettermi in discussione e a riconoscere l’efficacia di altri metodi.

Io sono uno di quelli contrari a priori all’uso smodato di farmaci. Spesso mi sono tenuto la mia emicrania per più di venti ore filate pur di non prendere gli antidolorifici. Sposo in pieno la teoria di utilizzare gli antibiotici solo quando serve e solo quando sono realmente efficaci. Apprezzo il fatto che un medico richieda esami basilari che richiedono meno di un quarto d’ora prima di fare una diagnosi. Tutto questo sono pronto a difenderlo a spada tratta, ma quando ci vuole ci vuole?!? E qui sorge il problema: chi è che stabilisce quand’è che ci vuole? Generalmente il medico che è lì per quel preciso motivo. Ma allora perché di fronte alla stessa malattia due approcci tanto diversi?
Gli sciroppi vari che prendevo da bambino in Italia erano realmente necessari? E come faceva il pediatra a saperlo dopo solo 5 min di auscultazione? E una settimana di vomito continuo qui in Svezia è realmente necessaria o con un semplice sciroppo potrebbe essere evitata?

Non c’è malafede in queste domande, anche perché sono quelle che io mi sono posto al termine di questa esperienza. Ripeto, la nostra esperienza, i nostri occhi.
Anche un semplice virus ci ha messo di fronte a cose che banalmente davamo per scontate e che oggi ci fanno riflettere sulle diversità: lesson learned.


Bene, l’importante è che adesso siamo di nuovo tutti friska (sani) e speriamo di rimanerci per un po’.

domenica 9 marzo 2014

UNA verità

Per me che ho il cervello in fuga (in fuga da me stesso ovviamente) a volte ci sono dei piccoli momenti di positivismo.
Questa settimana ho avuto la fortuna di leggere questo... faccio un copia-incolla della parti che più mi hanno colpito.


Buona lettura e buona Domenica.

Una verità, nella mia esperienza, si impone per la propria coerenza interna, per la propria capacità di organizzare fatti in un quadro logicamente organico. 
[...] 
Cerco di spiegarmi. Da decenni mi prendo gioco della più pericolosa categoria di imbecilli:i presuntuosi del "se non conosci non puoi gggiudicare". Ragazzi, a cosa serve la cultura? (intesa come capacità di lettura del reale che solo l'arte vissuta e i libri senza figure letti possono attribuirti). Ma è semplice! Serve proprio a evitare dolorose esperienze, e a evitare di perdere tempo. Perdonatemi: quante esperienza fa, nell'unità di tempo, il moscone che continua a cozzare contro il vetro? Vi sembra quello il modello da seguire? (rinvio a Frisch per capire come mai l'ape non lo faccia). La cultura è quadro coerente di lettura ed economia di tempo e di pensiero, non collezione di quarte di copertina dell'ultimo libro dell'ultimo Nobel per la letteratura kazako, o dell'ultimo saggio dell'ultimo giornalista anticasta, ecc. Questa è la buona descrizione di un cassonetto per la raccolta differenziata della carta, non della testa di un uomo di cultura.

Vedere un film demmerda sapendo che è demmerda per poter poi dire che è demmerda, ascoltare un imbecille sapendo che è un imbecille per poter poi dire che è un imbecille... Ragionare così significa partire dal presupposto che ciò che legittima un giudizio critico sia il consumo (di un film, di tempo)! Significa inoltre presumere che il proprio consumo, per quanto estemporaneo e inconsapevole sia, implichi conoscenza, comprensione. Non è così. Non tutti sono abbastanza ampi da comprendere certi contenuti, non è perché paghi un biglietto che capisci quello che vedrai, e d'altra parte ciò che legittima un giudizio critico è la coerenza della critica che viene portata (che a sua volta può benissimo prescindere dalla delibazione integrale dell'oggetto della critica stessa).

Il vetro è trasparente, ma impenetrabile per un moscone (e se è blindato anche per una pallottola).

A contrario, ciò che legittima una verità in quanto tale (ho detto una, non "la") è appunto la sua coerenza interna, il fatto che unisca molto puntini. "La" verità li unirebbe tutti, ma il problema è che non sappiamo quanti siano, per definizione. "Una" verità ne unisce molti. Una cazzata non ne unisce nessuno, anzi, passa accanto a tutti.

Ma naturalmente il metodo del "se non conosci non puoi giudicare", che sfocia nel metodo dell'"ascolto tutti e poi decido con la mia testa", è l'ideale per tener sotto controllo gli imbecilli, per il semplice e ovvio motivo che ne lusinga la stolta vanità, quella che li porta a credere, appunto, di avere una testa, e di poter formulare un giudizio, e, come presupposto, a poter credere che il giudizio si formi un un'ordalia nella quale tesi contrapposte si affrontano come pupi siciliani. Sono laureato in lettere (quindi sono colto, anche se il romanzo sul quale ho fatto la tesi l'ho letto solo sul Bignami), ascolto il dibattito fra due persone che parlano di cose che non capisco, e poi decido con la mia testa. Capito perché c'è l'euro? E capito perché tanti non laureati che un libro però l'hanno letto invece si sono accorti che l'euro è una sòla? Semplice!

È delle idee come degli uomini: la lotta più dura, l'unica vera, autentica, decisiva lotta è quella con se stessi. 


Ma per far lottare un'idea con se stessa, cioè par apprezzarne l'ìntima coerenza, la consonanza, bisogna avere un certo atteggiamento e una certa preparazione, che non passa per le quarte di copertina dei nobel kazaki appiccicate lì, ma magari per un paio di versi di Leopardi che porti con te dalle elementari (quando erano le elementari! E nota bene: non è necessario capire subito quello che si impara, ma è utile portarlo con sé:omnia mea mecum porto...), non passa per i festoni di integrali tripli degli ingengnieri del "l'economia non è una scienza", ma magari per il due più due fa quattro, non passa per l'idea che siccome Kant non è scritto in formule, allora tutti possano capirlo e farsene un'idea "con la propria testa", ma magari per la capacità di esprimere in diversi linguaggi, possibilmente non tecnici, quei contenuti ai quali si può accedere solo se si possiede il linguaggio tecnico, per la capacità di riconoscere un linguaggio intellettualmente onesto quando lo incontri...
Fonte: http://goofynomics.blogspot.se/2014/03/se-non-conosci-puoi-giudicare.html

venerdì 28 febbraio 2014

... e se in fondo non avessimo nulla da temere.

Poco prima di partire, ricordo di essere passato in macelleria da Gianni. Sentii il campanello della porta suonare mentre lenta si chiudeva dietro di me.

Quel suono mi riportò indietro. Lontano, lontano, a quando da bambino entravo da quella stessa porta stringendo la mano di mio padre e nell'altra quella di mio fratello.


Avevamo appena fatto colazione al bar degli zii, lì di fianco. 
Ivan ci aveva salutato coi suoi baffi e, mentre mangiavamo un pezzo di erbazzone, mio padre aveva annerito col pennarello la schedina del totocalcio.
Poi tutti da Gianni, che, nel vederci, ci sorrideva con gli occhi.


Erano passati tanti anni, ma lui, quella sera, era ancora lì col suo sorriso buono. Quella sera c’ero io in quella macelleria e nella mia mano stringevo quella di mia figlia.



Gianni ci salutò con la sua spontaneità e poi mi chiese:
Allora, è vero che partite?
Gli risposi di sì e lui subito:
E quando pensate di tornare?
Non lo so – gli dissi – non lo so. Oggi so che partiremo, ma non ho la minima idea di cosa ci riserverá il futuro.
Non ti preoccupare – mi disse ­ non hai nulla da temere!
Gli risposi:
Grazie Gianni, ad ogni modo sono certo che quando torneremo, se torneremo, avremo imparato a capire ed apprezzare tutto quello che oggi ci accingiamo a lasciare.
Gianni, chinò la testa mentre alcune fettine si appoggiavano piano piano sul bancone.

Qualche secondo di silenzio.

Poi sorrise di nuovo e mi ripeté:
Non hai nulla da temere!



Oggi, entrando in macelleria, farei un bel sorriso a Gianni e gli direi che alcune cose le ho capite, altre le ho solo intuite e tantissime continuano a darmi il tormento, ma di una cosa sono sicuro: apprezzo ogni frammento che mi sono lasciato alle spalle. Apprezzo le persone buone, i gesti sinceri, le cose genuine.

Spesso si desidera ciò che si è perso e, quando poi lo si ritrova, lo si stringe a sé per non smarrirlo di nuovo.
Ogni volta che io ritrovo ciò che spesso mi manca, lo stringo forte. So che presto dovrò lasciarlo nuovamente e quindi ne colgo ogni attimo.


Un etto di cotto, un paio di fettine di vitello, macinato e tre braciole di maiale.
Uscii dalla macelleria riascoltando quel campanello che mi aveva riportato a quando ero bambino. Sorrisi dentro di me, mentre stringevo la mano della Bea, ripensando che forse non avevamo nulla da temere!










… e siamo arrivati a DUE.


martedì 25 febbraio 2014

Sparta e Atene

Avete presente la Grecia antica quella dei filosofi, la culla del sapere, la patria di Omero, sì proprio quella. Ecco, la nostra famiglia è un po’ come la Grecia di allora solo che noi siamo Sparta e tutt'intorno c’è Atene.

Si è vero noi siamo una famiglia con delle regole. Tante regole.

A Sparta vigono le regole e le regole vanno rispettate. Un soldato di Sparta rispetta sempre le regole!

E così noi abbiamo il nostro decalogo, che non è altro che la trasposizione orale di quello che a suo tempo ci è stato insegnato.

Ora però, si da il caso che la nostra piccola guerriera spartana abbia un suo decalogo personale che comincia più o meno in questo modo:
regola numero uno: ogni regola può essere infranta!

La signorina sta diventando furba, furbissima. Ora vi racconto…

L’altra sera, mentre mangiavamo tutti insieme, nella calma della nostra cucina, la Bea fa una puzzetta roboante che quasi ci spaventa.
Noi, quasi intimoriti dal rumore, ci abbiamo messo una decina di secondi per capire cosa fosse successo e poi siamo intervenuti.

Io:            Bea, ci sono delle regole! A tavola certe cose non si fanno.
Mamma:   E poi puoi anche chiedere scusa!? Vero?
Bea:      Mamma, adesso non posso chiedere scusa, perché sto mangiando e ho la bocca piena e quindi non posso parlare!

Ecco in un secondo è riuscita a zittirci tutti e due usando le nostre stesse regole e senza che noi potessimo dirle nulla.


Negli istanti che sono seguiti ho capito che nulla potrà la forza di Sparta contro l’intelligenza di Atene. 

Ci sarà da lottare.

domenica 2 febbraio 2014

Padre & Figlia

Bea sai che giorno è oggi?
È Saaabbbbatooooo!!! Evviva!!!

La Bea adora il Sabato, in realtà a lei piacciono tutti e due i giorni del fine settimana, ma a casa nostra ci sono due sabati dato che la Domenica non è ancora entrata nel suo vocabolario corrente.
Ad ogni modo, sarà che ci alziamo con calma, ci facciamo un bel cappuccio, un cornetto tutti insieme. Sarà che il Papà non urla sempre come un pazzo perché siamo in ritardo e gli tocca sempre di arrivare in ritardo. Sarà che ce ne stiamo in pigiama fino alle dieci e mentre la Mamma fa la spesa noi puliamo casa e facciamo un po' di faccende. Sarà che ce la spassiamo con mille giochi insieme e sarà anche per le infinite storie che ci inventiamo… beh sarà per quel che sarà, ma la Bea il Sabato è proprio contenta!

Ieri per esempio siamo andati al vivaio a cercare un sostituto per il suo fiore che, purtroppo, non si è sentito tanto bene nell'ultimo periodo. E allora abbiamo pensato di mettergliene di fianco un altro nella speranza che con un po' di compagnia si possa riprendere (non penso ce la farà visto che si è ormai ridotto a un mucchio di sola terra e radici, ma questo alla Bea non l'ho ancora detto). 
Questo è quello che lei ha scelto personalmente, bello vero?

  
In queste ultime settimane poi, la Mamis - come la chiama lei - è parecchio impegnata (vedi alla voce: svenska, engelska, kemi, fysik, biologi) e noi ci siamo dedicati ad alcune attività padre-figlia… e quando io e la Bea siamo fuori dalla portata del radar, ne combiniamo sempre delle belle.

Dopo alcune uscite con la pulka siamo dovuti correre ai ripari. Dato che la signorina nonhopauradiniente ha iniziato a gettarsi da veri e propri dirupi senza curarsi della velocità, ci siamo dovuti procurare qualche equipaggiamento di sicurezza: un casco integrale di quelli da discesa libera taglia XXXS. Convincerla a non fare quelle discese era pressoché impossibile e quindi l’alternativa era il casco. I soliti Italiani iper-apprensivi!!!

La Domenica invece ci aspettano le amiche della danza. Un gruppo di biondissime monelle tra i tre e i quatto anni che con i loro tutù rosa si rincorrono per mezz'ora in palestra, cantando ballando e ogni tanto scontrandosi tra loro. Ognuna esibisce con grande orgoglio il proprio completino, corredato di ballerine e per ogni atleta che si rispetti, una luccicante borraccia per reintegrare la perdita di liquidi che tutto quel movimento causa loro. 


La cosa bella è che alle lezione di danza ci sono molti più Pappini (così è come mi chiama lei) che Mamis. Le mamme dopo la prima lezione si erano già scambiate il numero di cellulare e ogni volta si organizzano in una maratona di chiacchiere ininterrotte. I papà, invece, si salutano a malapena e poi si ignorano reciprocamente. Loro contemplano la meraviglia di quella mezzora di silenzio che dovrebbe essere tale se non ci fosse quel gruppo di individui di sesso femminile in perenne assetto da comizio.



Ora fin qui tutto normale, salvo il fatto che la Bea ha la (S)fortuna di avere un padre come me e come si suol dire: tale padre, tale figlia. A causa del mio interesse per alcuni mezzi di locomozione, la Bea ha sviluppato un vero e proprio amore per tutta una serie di giochi. Nell’ordine ci sono i trattori, le mietitrebbie, le pale gommate, le scavatrici, i cingolati, ecc... si insomma tutte cose non proprio così femminili. Ad ogni modo poco importa. La Bea riconosce a centinai di metri di distanza il suono di un traktor e se poi non riesce a vederlo si arrabbia moltissimo.
Ogni sera ci addormentiamo con il riassunto della mia giornata lavorativa e lei vuole sapere quanti mezzi ho rotto (e poi aggiustato) in officina. Vuole tutti i dettagli, per esempio, se si è rotto il motore o una ruota, se poi sono riuscito a sistemarlo o se è ancora fuori uso.

Domenica scorsa il tempo era brutto, la pulka era a riposo e la lezione di danza non era stata entusiasmante, serviva quindi qualcosa per rivitalizzare la giornata.
Ecco allora che io e la mia ballerina ce ne siamo andati al museo. Si ma micca un museo qualunque: siamo andati qui, al Munktellmusseét di Eskilstuna, sede della più grande collezione di mezzi da lavoro usciti dai capannoni della Bolinder-Munktell AB. 


Tutti mezzi restaurati fedelmente e tutti funzionanti. Insomma il riassunto della meccanizzazione agricola Made by Sweden (tanto per parafrasare una pubblicità che sta spopolando qui in Svezia in queste settimane).


La cosa bella è che il gruppo che gestisce il museo, un vero e proprio club di esperti (ex-dipendenti e amanti del genere), ogni volta che vede arrivare un bambino quasi impazzisce dalla gioia (fondamentalmente essendo anche loro bambini dentro voglio condividere con altri simili la felicità dei loro giocattoli). Vi lascio immaginare quando hanno visto entrare una bambinA con gli occhi spalancati davanti a tutti quei trattori. C’è mancato poco che non accendessero il motore a reazione che stanno risistemando nell'officina del museo.

Il museo ha anche una peculiarità: il cartello "vietato toccare" non esiste, anzi si può salire su tutti i mezzi a patto di fare un po’ di attenzione. Noi non ce ne simo fatti scappare nemmeno uno. A fine giornata la Bea sapeva la differenza tra il pedale dell'acceleratore e quello del freno, ma non solo, sapeva come azionare la benna di una pala gommata o come alzare il braccio di uno scavatore. Mi fermo qui altrimenti poi penserete che siamo tutti matti (si forse c’abbiamo un po' il pallino).

Sulla via di casa ci siamo ripromessi di tornare al museo il prima possibile e di portarci anche la Mamis, così si fa un giro in trattore  anche lei .



A me i nostri sabati piacciono tanto, Stella Mia!
Anche uno solo di questi giorni sarebbe sufficiente per ripagarmi di tutti gli sforzi (che poi tanto grandi non sono mai stati). Alla sera mi passo tra la mente le foto della mia campionessa con le sue scarpe da ballo, o mentre guida i suoi trattori, e mi addormento con un bel sorriso, meraviglioso quanto il suo mentre cresce in mezzo a noi.


Buona vita.

domenica 19 gennaio 2014

Amici Miei

Dopo tanto silenzio ho di nuovo avuto occasione di parlare con altre persone. Con parlare intendo non semplicemente aprire la bocca ed emettere suoni, ma poter esprimere un pensiero o una riflessione che solitamente mi guardo bene dal far uscire da dentro di me.
Ringrazio davvero di cuore le persone che mi hanno concesso il privilegio del loro tempo. Mi avete fatto un dono speciale e spero di averlo in parte ricambiato.

Mi ha fatto piacere parlare con voi. Quel che vi ho detto rimarrà nel taccuino dei nostri ricordi.

In queste settimane, prima di addormentarmi, mi sono tornate in mente alcune frasi e gli occhi di chi, un po’ confuso, fissava i miei. Per fortuna che la mia Signora è sempre lì e con occhio (e orecchio) vigile mi mantiene in carreggiata. A volte fa finta di giocare con la Bea, ma quando siamo in pubblico, le sue antenne sono sempre ben alzate e captano le variazioni del tono della mia voce a chilometri di distanza.
Come darle torto. Lei ne ha sentite di cotte e di crude e sa perfettamente di quali disastri sono capace. Continua a ripetermi che, in fondo, alcune cose possono anche sembrarle non così strampalate, ma io le dico in un modo così maldestro, che poi uno manco ci prova ad ascoltarmi.
Tu non ti sai esprimere! Sì, ha ragione lei ed è anche questo uno dei motivi per cui spesso preferisco starmene zitto.

Ad ogni modo penso di aver lasciato qualche ferito sul campo, anche questa volta. E dir che ce la metto tutta. Parto sempre con le migliori intenzioni, ma poi finisco sempre per “annientare la sostanza con la forma”.
Ecco allora che quando ho detto che tante persone uno non se le sceglie, le subisce, non volevo offendere nessuno semplicemente ribadire un concetto a me particolarmente caro.

Per quella che è stata la mia vita e per il posto dove sono cresciuto non è che abbia fatto grandi scelte.

Inizi la scuola e ti ritrovi in una classe con sette alunni, te compreso. Pensi che così sia tutto normale, anche perché tutti gli altri sei li conosci bene fin dai tempi dell’asilo. E allora non è che tu abbia tanto da scegliere: la vita ha scelto per te e in quella classe ti ha messo insieme a quei tuoi compagni, che poi diventeranno gli amici della tua vita. Si perché poi quando te ne vai in giro in bicicletta, a giocare al campetto della Chiesa o a fare le prime sgommate in motorino, loro sono sempre lì con te e con te condividono la scuola, il tempo libero e talvolta anche la famiglia.



Poi un bel giorno te ne esci dalla tua stradina di campagna e ti trovi al liceo, dove anche lì la vita ci ha messo lo zampino. Ha scelto i nomi di quei compagni che condivideranno con te una fetta importantissima del tuo cammino, ha scelto i nomi dei professori, l’aula in cui passerete tutti insieme ore e ore e anche il banco in cui andrai a sederti. Il campo è pronto, tu devi solo giocare: le sorti della partita non dipenderanno quasi mai da te ma i segni sulle tue gambe resteranno e un giorno ti farà persino piacere aver ricevuto qualche calcio.
Io sono convinto che in tutti questi casi, delle vere e proprie scelte non le facciamo: le subiamo. Le subiamo nel senso che non dipendono da noi ma che avranno su di noi influenze altissime (fondamentalmente sono non-scelte).

I miei compagni di liceo me li ricordo tutti, ma non so quanti di loro siano rimasti, probabilmente nessuno. Rimasti quelli di allora, intendo. Chissà ora quanto il tempo e le esperienze li avranno cambiati. Probabilmente alcuni di loro faticherei a riconoscerli. Eppure sono convinto che gli aspetti fondamentali del loro carattere sono ancora lì, tutti integri, tutti legati ai loro nomi, ai loro occhi.
Tanti momenti passati insieme ad ascoltare cose di cui solo oggi capisco vagamente il senso. I compiti in classe, le interrogazioni ma anche le gite. Per non parlare poi dei professori: odiati e amati. Uomini e donne messi di fronte a noi da non si sa bene quale destino. Persone in carne ed ossa in mezzo a ragazzi fatti di sogni.
Ricordo l’odore di pipa del mio professore di filosofia e la discreta eleganza della professoressa d’italiano. Il perché oggi io parli inglese come un gallese ubriaco lo devo alla mia professoressa di letteratura inglese, ma sul fatto che ogni tanto mi ricordi ancora le tabelline, non ci sono dubbi, è tutto merito della prof. di mate.
Forse di post non me ne basterebbero cento per rivivere quei momenti, ma questa voleva solo essere una spiegazione del fatto che molti episodi chiave della nostra vita, fondamentalmente non ce li scegliamo, ma semplicemente li subiamo.

Il nostro venire alla luce non ce lo siamo scelto, ma scegliamo ogni giorno di tenerci ben stretta la nostra vita. Ecco dunque quello che purtroppo ho dimenticato di dire: che tante persone uno non se le sceglie, le subisce, ma la vera scelta sta nel tenerle o meno accanto a sé.

Non ho scelto mio padre e mia madre, loro hanno scelto me. Non mi sono scelto i miei amici, li ho incontrati sulla strada. Non ho deciso io chi sarebbero stati i mie compagni di liceo, mi sono apparsi loro. Quello che però scelgo è tenere tutto questo con me. Scegliere di rivedere quei rapporti sotto nuove luci. Rivedere cos'ero allora, cos'erano loro in ogni fase della mia vita e accorgermi di ciò che sono. Perché se guardo questa strada, poi mi accorgo anche dei passi che ho compiuto per percorrerla. Capisco che da là sotto quella salita mi sembrava impossibile da affrontare, mentre ora vorrei rifarla mille volte ancora.
Quel bambino col grembiule nero e il caschetto biondo o quel ragazzino paffutello col gel tra i capelli ormai non ci sono più. Ma ci sono stati. Sono stati i passi che mi hanno fatto arrivare ad oggi con qualche segno intorno agli occhi e forse un po’ meno capelli. Io sono cambiato passando attraverso di loro e osservando, senza accorgermene, il cambiamento degli altri. Tutti quei bambini a scuola, quei ragazzi al liceo non esistono più. Sono diventati gli uomini e le donne che camminano oggi in questo mondo. Hanno lasciato, o presto lo faranno, il posto ai loro figli. Ma a me piace pensare che ovunque si trovino adesso abbiano ancora, dentro di loro, i frammenti di ciò che è stato. Schegge di quelle scelte che abbiamo, sì, subito ma che oggi scegliamo di custodire nei nostri cuori.



Chiudo nella certezza che alcune delle miei scelte restano ancora un punto interrogativo per alcuni dei miei amici. Sicuramente si saranno dati le loro risposte, che hanno trovato un adeguato posto in mancanza delle mie spiegazioni.
A volte le risposte arrivano quando meno ce lo aspettiamo, altre volte bisogna andarle a cercare e molto spesso non arrivano mai. Alcune cose penso di averle dette, per altre mi servirà più tempo. Per tutti quelli che si sono sentiti abbandonati posso dire che tornare e partire sono due parole che ultimamente mi confondono, perché non riesco più a decifrare i luoghi verso cui muovermi. Ogni volta il tempo si ferma all'incontro precedente. Tutto si blocca all'istante in cui ci si saluta e poi quando ci si rivedere quei mesi o quell'anno si riflette sulle persone in un istante. Ultimamente le persone invecchiano in pochi secondi, probabilmente anch'io.
E poi fare il racconto di così tante cose in così poche ore è sempre difficile e spesso è meglio ripararsi dietro a discorsi più leggeri. Ma non è sempre così. C’è chi spesso vuole provare ad andare oltre, vuole fare un tentativo per vedere cosa c’è al di là dell’ovvio. Penso che chi lo abbia fatto abbia trovato in parte quel che cercava.

Ora è meglio se me ne torno a incantarmi davanti alla neve che scende piano. Fortunatamente ho imparato a scrivere qualche post senza che la mia Signora se ne accorga e provveda a debita censura.

Ad ogni modo grazie a tutti.


A presto.

giovedì 12 dicembre 2013

La nostra Santa Lucia

La notte prima andavamo a letto con gli occhi che luccicavano. Contenti, ansiosi, con la speranza di addormentarci in fretta e di svegliarci il prima possibile.
Era la notte di Santa Lucia, che, a casa nostra, è sempre stata più emozionante del giorno di Natale o di ogni altra festa.

Santa Lucia possiede per me un fascino tutto suo. Io son cresciuto con la gioia di questa tradizione e ancor oggi mi scalda il cuore. Santa Lucia è sempre passata a trovare me e mio fratello anche negli ultimi anni. Posso dire, senza alcuna vergogna, che sulla groppa del suo asinello, si è sempre ricordata di noi, anche in tempi recentissimi.

La mattina ci svegliavamo e trovavamo il suo pacchetto in qualche angolo della casa. C’era sempre un gran buio, la mattina del 13 Dicembre, e ricordo che da fuori arrivava la luce azzurra della luna e il sole proprio non ne voleva sapere di sorgere.
Esattamente in quella mattina così buia quei pacchetti brillavano di una luce particolare.
  

Ora la bellezza di quel dono non stava tanto nel contenuto in sé, ma nel pacchetto.
Carta di giornale, sacchetti di iuta e poi lo spago, la corda di canapa… tutto profumava di un qualcosa che oggi non riesco a spiegare con la bruttura della mie parole. Una cosa tipo le mani di una nonna o una tovaglia un po’ slesa lasciata in un cassetto. Quante storie, quanta storia in quel pacchetto. C’era sì il dono, ma un regalo che sapeva di umiltà, così eccezionale proprio perché del tutto non convenzionale. E poi c’erano tante parole in quei biglietti, spesso il biglietto non c’era nemmeno, le parole erano scritte direttamente sulla carta del pacchetto. Quel foglio di giornale legato con uno spago acquistava un suo senso proprio.

Santa Lucia non ha mai voluto strafare, ha sempre ricercato l’essenza e la straordinarietà delle piccole cose. Nei pacchetti qualche mandarino, cioccolate, pistacchi, noci, semi di zucca e a volte qualche fico secco.
La sua bellezza stava nel fatto che passava sempre. Ogni anno ci si chiedeva se ce l’avrebbe fatta, se ormai fossimo diventati bambini troppo grandi, ma lei non si è mai curata più di tanto della nostra età anagrafica. Per lei contavano altre cose…


Oggi è Santa Lucia anche in Svezia, e qui è una vera e propria istituzione. Si parte coi Lussebullar, fatti di zafferano e uvetta fino ad arrivare alle processioni per le strade con le candele accese e i bambini vestiti con la tunica bianca. 


Il giorno di Santa Lucia è come un ponte virtuale che mi lega nel tempo e nello spazio. Lega le mie case e il mio presente al mio passato.


Santa Lucia stanotte è passata a visitare la Bea e le ha lasciato un pensiero ai piedi del letto. Era già passata anche negli anni precedenti, ma quest’anno è stato diverso. La Bea ha capito. Ha preso coscienza, sicuramente anche attraverso il regalo, di cosa sia Santa Lucia. Ha fatto il primo passo verso una tradizione che manterremo viva nella nostra famiglia. Perché sì, sono convito che siamo ciò che mangiamo, siamo la lingua che parliamo, ma siamo anche la storia e le tradizioni che viviamo.
Siamo quelle mani di nonna levigate su un tagliere, siamo quelle macchie di vino sulla tovaglia, siamo quella carta e quello spago.

Mi manca la mia Santa Lucia, ma mi fa piacere sentire quel piccolo vuoto, perché solo delle cose migliori si sente la mancanza. Sono felice, allo stesso tempo, che quel pacchetto ora sia lì ai piedi del letto di mia figlia. Che sia lì a dire a lei che ci sarà sempre Santa Lucia, e a ricordare a me che c’è sempre stata.

Grazie Santa Lucia, non sei mai passata invano, nulla è andato perso. Quei pacchetti sono ancora tutti lì, al sicuro. Grazie per quelli che verranno.


Auguri a tutti di una felice Santa Lucia.