martedì 29 aprile 2014

Il caso non esiste (citazione).

Eh sì, a volte mi sento proprio come Shifu vicino al sacro pesco della celestiale saggezza e il maestro Oogway, che continua a ripetermi che il caso non esiste.



Mi sa proprio che ha regione lui: il caso non esiste!

E allora non è un caso che oggi siamo qui, circondati da tutte queste scatole, con una porta che si chiude e un’altra che si sta aprendo. Oggi, non poteva esserci giorno migliore, non è vero? Un bel regalo, non trovi? Così tanto atteso.

Sai, io in questi giorni ho ripensato spesso a quel primo giorno in questo appartamento e a quanto, tutto questo, abbia cambiato me, noi, le nostre vite.
Ho fatto un elenco di tutte quelle cose così lontane dal nostro prima. Ho messo insieme tutte quelle facce, quelle situazioni e qui momenti che spesso hanno fatto a pugni con una parte di noi. Volevo mettere tutte queste cose qui, tra queste righe, ma poi ho pensato che per questa volta è meglio se un pezzo di questa nostra vita ce la custodiamo solo per noi.
Poi, se vuoi, mettiamo tutto in una scatola, insieme al resto, ma la lasciamo aperta! Eh sì, perché mi sa che dovremo guardarci dentro spesso. Di certo non è tutto bello, luccicante e meraviglioso, anzi molte di queste cose emanano un odore poco invitante ma proprio per questo vorrei conservarle.
Dopo circa due anni, non posso negare di non essere cambiato. Molto probabilmente sono peggiorato, ma fortunatamente mi sento più libero. Sarò peggio ma sono libero. E tu sai bene di cosa parlo. Questa scatola è un po’ come quella dei nostri giochi d’infanzia, quella che riposa nella soffitta di ogni casa. C’è dentro un pezzo importantissimo della nostra vita, e ogni volta che lo guardiamo ci accorgiamo di quanta strada abbiamo percorso.

E così quello che abbiamo vissuto in questo appartamento in questi due anni, ce lo conserviamo per noi. Ce lo terremo lì al nostro fianco, come una bella foto, con la certezza che ogni momento duro ci ha resi più forti e se oggi siamo qui a raccontarcelo è perché non ci siamo mai scoraggiati e abbiamo sempre stretto i denti.

Penso che questo compleanno non ce lo scorderemo e nemmeno il regalo! Quest’anno festeggiamo con la gioia negli occhi e tanta (ma proprio tanta) serenità in più.



E poi, scusa, ma nel mio cammino di involuzione ho anche sviluppato ulteriormente la mia modestia e quindi volevo ricordarti (come d’altra parte faccio ogni giorno) che il regalo più bello che tu abbia mai ricevuto sono IO. E anche se da alcuni anni sono sceso sul secondo gradino del podio, ti vorrei ribadire il concetto che senza il sottoscritto, quella che oggi detiene indiscussamente il record mondiale di preferenze, non sarebbe mai arrivata lì senza il MIO contributo!

E allora, auguri: un bacio, e che un’altra pagina abbia inizio!!


PS. Questa volta c’è speranza che io abbia un po’ più di una mezza anta di armadio per i miei vestiti? No perché ogni volta che ho cambiato casa sono sempre andato in peggio… forse fa parte di quel processo di involuzione di cui parlavo prima, oppure ha davvero ragione Oogway: spesso ci si imbatte nel proprio destino sulla strada presa per evitarlo.



venerdì 25 aprile 2014

25 Aprile

Circa un mese fa (il 24 Marzo per l'esattezza), mi sono imbattuto in questo.


Nonostante tanti anni sui banchi di scuola non sono mai riuscito ad andare oltre a quello che i programmi ministeriali volevano che io sapessi. E così capita di scoprire, ora, che le cose più importanti sono spesso quelle non studiate...oggi penso sia un buon giorno per fare un ripasso.


(qui riporto il testo tratto da Wikipedia).


Occupazione tedesca di Roma
10 settembre 1943 soldati italiani cercano di contrastare i tedeschi presso porta San Paolo. Dopo l'armistizio di Cassibile, la fuga del Re Vittorio Emanuele III, e l'ingresso nella capitale delle truppe tedesche dopo gli sfortunati combattimenti di Roma (8-10 settembre 1943), il 12 settembre i tedeschi assunsero il controllo effettivo della città, che era stata dichiarata città aperta dagli italiani il 14 agosto. Fin dai primi giorni dell'occupazione tedesca di Roma si costituirono nella capitale gruppi di resistenza, in particolar modo il Fronte Militare Clandestino ("Centro X") diretto dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e nuclei comunisti, ai quali il generale Carboni aveva fatto distribuire armi fin dal 10 settembre.
Sottoposta pro forma alla sovranità della RSI, mantenendo lo status di "città aperta", Roma era in realtà governata di fatto solo dai comandi germanici, e lo divenne anche formalmente dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio 1944, quando l'intera provincia romana venne dichiarata "zona di operazioni". Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante tedesco del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine pubblico in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i Campi di sterminio.
La campagna del terrore avviata da Kappler, con frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti nelle varie carceri romane (fra cui il più tristemente famoso fu quello di via Tasso), sgominò nell'inverno 1943-44 quasi ogni gruppo della Resistenza romana, che si ritrovò a perdere prima gli elementi militari, quindi quelli trotzkisti di "Bandiera Rossa". Anche gli aderenti a "Giustizia e Libertà" e al Partito Socialista e i sindacalisti socialisti (come Bruno Buozzi) subirono forti decimazioni negli arresti compiuti dalle varie polizie tedesche, da quella italiana e dalle bande italiane sotto controllo tedesco (come la Banda Koch). Solo i GAP comunisti riuscivano a mantenere una buona efficienza operativa.
Il fatto che Roma venisse a trovarsi nelle immediate retrovie del fronte ingenerò la convinzione che la città fosse pienamente teatro di guerra. È in questo contesto che i quadri comunisti della Resistenza romana giunsero alla determinazione di reagire con le armi e di attaccare militarmente l'occupante con un'azione che avesse un forte valore simbolico: venne infatti scelto come data il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento.

L'attentato in via Rasella
Il 23 marzo 1944 ebbe luogo una azione di guerra partigiana contro l'11ª compagnia del III battaglione del Polizeiregiment "Bozen" in via Rasella, per iniziativa di partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che ufficialmente dipendevano dalla Giunta militare che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale.
Tale reparto fu segnalato come bersaglio da Giorgio Amendola, poiché lo vedeva "passare ogni pomeriggio" "in pieno assetto di guerra", lasciando poi al comando partigiano "assoluta libertà d'iniziativa", non per eventuali responsabilità dei soldati che vi appartenevano. Il "Bozen" era costituito da soldati addestrati e venne descritto dallo stesso Amendola, come un "battaglione di gendarmeria" che transitava in Via Rasella "in pieno assetto da guerra".
L'operazione fu portata a termine da 12 partigiani. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale; collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro e dopo l'esplosione furono lanciate alcune bombe a mano. Vennero uccisi 32 militari dell'11a Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen e un altro soldato morì il giorno successivo (altri nove sarebbero deceduti in seguito). L'esplosione uccise anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione Bandiera Rossa, ed il tredicenne Piero Zuccheretti.

La rappresaglia
Processo decisionale tedesco
Il generale Kurt Mälzer comandante militare della città di Roma
La prima alta autorità ad arrivare in via Rasella dopo l'attentato fu il questore Pietro Caruso, subito dopo giunse il generale Kurt Mälzercomandante della piazza di Roma, che apparve sconvolto dall'evento, diede in escandescenze e proclamò subito la volontà di procedere alla "vendetta per i miei poveri kameraden". Il generale parlò di distruggere tutto il quartiere e di eliminare gli abitanti; il consigliere d'ambasciata Möllhausen e il colonnello Kappler arrivarono poco dopo e cercarono di calmare il generale Mälzer; il colonnello assicurò che avrebbe svolto un'inchiesta immediata per appurare modalità e responsabili dell'attacco. Il colonnello Eugen Dollmann, presente sul posto, ha affermato che subito si parlò di rappresaglia. Il generale Mälzer avvertì anche immediatamente il comando supremo tedesco in Italia ma non riuscì a parlare con il feldmaresciallo Kesselring che si era recato nella testa di ponte di Anzio; fu quindi il capo ufficio operazioni, colonnello Dietrich Beelitz, che telefonò al quartier generale di RastenburgAdolf Hitler venne avvertito nel primo pomeriggio, egli dispose una rappresaglia immediata "che avrebbe fatto tremare il mondo". Hitler avrebbe parlato di uccidere da trenta a cinquanta italiani per ogni soldato tedesco morto in via Rasella; peraltro non esistono documenti che provino l'esistenza di un ordine diretto di Hitler con la precisa determinazione dell'entità della rappresaglia.
In realtà, la decisione di compiere la rappresaglia fu presa durante una conversazione telefonica tra il generale Mälzer, il colonnello Kappler e il generale Eberhard von Mackensen (comandante dalla 14a Armata, che era il superiore diretto del generale Mälzer poiché responsabile della zona di guerra della testa di ponte di Anzio). Il generale von Mackensen che era a conoscenza delle pretese provenienti dal quartier generale di Rastenburg, ritenne, dopo essersi consultato con il colonnello Kappler, che fosse sufficiente fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto in via Rasella; inoltre il generale stabilì che le vittime della rappresaglia avrebbero dovuto essere i cosiddetti Todeskandidaten; i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all'ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato ad una condanna a morte. La decisione finale venne presa nella serata dopo il ritorno del feldmaresciallo Kesselring al suo posto di comando, egli apprese dal suo capo di stato maggiore, generale Siegfrid Westphal, i dettagli di via Rasella e le varie opzioni di rappresaglia discusse; quindi entrò in contatto telefonico con il generale Alfred Jodl a Rastenburg. Il feldmaresciallo affermò che riteneva appropriato "compiere un'azione intimidatoria" ma che considerava inattuabile una rappresaglia nelle proporzioni richieste da Hitler; egli propose di applicare la proposta del generale von Mackensen di uccidere dieci italiani per ogni caduto tedesco in via Rasella. Il generale Jodl non entrò in dettagli e in pratica lasciò la decisione finale sull'entità della rappresaglia alle autorità supreme tedesche in Italia, quindi il feldmaresciallo Kesselring concluse il complesso processo decisionale tedesco comunicando al generale von Mackensen di procedere alla rappresaglia dieci contro uno con "esecuzione immediata".
Il feldmaresciallo Kesselring in persona ha chiarito nella sua testimonianza al processo nel novembre 1946, che non fu attivata alcuna procedura precedente la rappresaglia per fare appello alla popolazione o agli attentatori, che non venne emesso alcun avvertimento pubblico riguardo la rappresaglia e la proporzione dieci contro uno e che non fu presentata alcuna richiesta ai partigiani di consegnarsi per evitare l'eccidio. Principale preoccupazione delle autorita tedesche a Roma fu la necessità di eseguire con la massima rapidità, entro 24 ore, e nella segretezza la rappresaglia, e la difficoltà di individuare nel poco tempo a disposizione l'elevato numero di Todeskandidaten richiesto dalla proporzione stabilita dal feldmaresciallo Kesselring e dal generale von Mackensen.

Scelta dei condannati a morte
Il generale Mälzer, subito dopo il primo colloquio con il generale von Mackensen e ancor prima della decisione definitiva del feldmaresciallo Kesselring, aveva incaricato il colonnello Herbert Kappler di individuare la lista dei prigionieri italiani da eliminare; essendo morti fino a quel momento ventotto soldati tedeschi a via Rasella, il capo della Gestapo a Roma iniziò a raccogliere i nomi di 280 Todeskandidaten. Il colonnello Kappler era consapevole della difficoltà di individuare in brevissimo tempo un numero così elevato di persone; nelle prigioni di via Tasso e di Regina Coeli egli disponeva di circa 290 prigionieri tra uomini e donne, ma una parte non rientravano tra i già condannati a morte o i colpevoli di reati passibili di condanna a morte; inoltre le donne vennero subito escluse dalla rappresaglia. Il colonnello Kappler decise di richiedere la collaborazione del questore Caruso che, dopo un incontro e alcune discussioni, promise di fornire una lista di cinquanta prigionieri da inserire nelle elenco dei Todeskandidaten.
Il colonnello Kappler prese in considerazione la possibilità di includere nell'elenco anche i 57 ebrei imprigionati in attesa di essere deportati; egli si consultò con il suo superiore diretto, il generale Wilhelm Harster, comandante in capo della Polizia tedesca in Italia con comando a Verona, che apparentemente sollecitò il suo subordinato a completare la lista a tutti i costi includendo anche "tutti gli ebrei di cui avete bisogno". Il colonnello Kappler ottenne anche l'approvazione al suo operato del giudice generale del Tribunale militare tedesco a Roma, Hans Keller, che ritenne sulla base della legge tedesca di autodifesa che la proporzione della rappresaglia fosse appropriata. Il colonnello quindi attivò i suoi ufficiali, illustrò le decisioni delle autorità superiori e diede inizio alla frenetica individuazione dei nomi da inserire nell'elenco; il lavoro degli ufficiali della sezione della Gestapo di Roma, diretto personalmente dal colonnello Kappler e dal suo aiutante principale, capitano Erich Priebke, durò tutta la notte.
Il lavoro degli uomini del colonnello Kappler divenne ancor più difficile dopo la notizia arrivata nel corso della notte che il numero dei soldati tedeschi morti in via Rasella era salito a trentadue; diveniva quindi indispensabile, per mantenere la proporzione stabilita per la rappresaglia, individuare 320 italiani da condannare a morte. Dalla ricerca iniziale emerse che i condannati a morte presenti nelle carceri della Gestapo erano solo tre, membri della Resistenza comunista e azionista, mentre gli uomini candidabili sulla base di accuse per reati passibili di condanna a morte risultarono sedici. Il colonnello Kappler incluse subito anche i 57 ebrei a cui aggiunse i nomi di altri otto antifascisti di religione ebraica; dopo essersi recato alla caserma del Viminale, l'ufficiale individuò altri dieci nomi, ritenuti dalle autorità di polizia italiane, "noti comunisti", compresi tra le persone rastrellate sommariamente in via Rasella dopo l'attentato. Nella notte la ricerca di altri Todenskandidaten continuò sempre più frenetica; il capitano Priebke ha descritto come con il passare delle ore si procedette ad un nuovo controllo degli elenchi dei detenuti ed all'inserimento nella lista di uomini arrestati in attesa di giudizio per "oltraggio alle truppe tedesche", per possesso di "armi da fuoco o esplosivi" o perché presunti capi di "movimenti clandestini". Il colonnello Kappler decise a questo punto di comprendere tra i condannati Aldo Finzi, ebreo con un importante passato di amicizia e collaborazione con Mussolini, e soprattutto il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, l'abile capo del Fronte militare clandestino dell'esercito, e altri 37 militari italiani, tra cui tre generali e tre ufficiali dei carabinieri compresi due capitani che avevano arrestato il Duce il 25 luglio 1943. Alle ore 03.00 del mattino del 24 marzo il colonnello Kappler, dopo aver aggiunto alla lista il sacerdote accusato di "attività comuniste" don Pietro Pappagallo, il partigiano Marcello Bucchi e il professore di liceo accusato di "antifascismo" Paolo Petrucci, ritenne, contando sui 50 nomi promessi dal questore Caruso, di aver raggiunto finalmente il numero di 320 condannati a morte previsti dalla rappresaglia.
Alle ore 08.00 del mattino tuttavia il questore Caruso non aveva ancora pronto il suo elenco; egli si era recato a conferire con il ministro degli interni del Regime di SalòGuido Buffarini Guidi, per richiedere istruzioni e la sua approvazione alla compilazione della lista; il ministro si mostrò poco interessato a prendere responsabilità dirette e si limitò ad affermare che era inevitabile dare i nomi, "altrimenti chissà cosa potrebbe succedere. Si, si, dateglieli!". Alle ore 09.45 Caruso ebbe un incontro burrascoso in via Tasso con il colonnello Kappler che pretese la lista dei 50 nomi; al colloquio era presente anche Pietro Koch, capo della squadra speciale della polizia fascista di Roma, che stava già preparando un suo elenco di persone da condannare alla rappresaglia. Caruso apparve poco collaborativo; affermò di non avere molti prigionieri e diede solo il nome di un medico condannato a morte per mercato nero; egli quindi si allontanò seguito da Koch che invece garantì al colonnello che la lista con i 50 nomi sarebbe stata pronta entro le ore 14.00.
Il colonnello Kappler si incontrò alle ore 12.00 con il generale Mälzer per riferire; era stato convocato anche il maggiore Dobbrick, comandante della compagnia del polizeiregiment Bozen colpita in via Rasella; il generale, dopo essere stato informato dal colonnello Kappler sui progressi nella compilazione della lista e sulle difficoltà dell'individuazione del numero di italiani, ordinò al maggiore Dobbrick di eseguire personalmente con i suoi uomini la rappresaglia. Il maggiore Dobbrick tuttavia rifiutò espressamente di obbedire a questo ordine affermando che i suoi soldati non erano in grado, per sentimenti religiosi, di eseguire le fucilazioni "nel breve tempo a disposizione". Con grande disappunto il generale Mälzer dovette ricercare altri esecutori e in un primo momento consultò il colonnello Wolfgang Hauser, capo di stato maggiore del generale von Mackensen e richiese un reparto di truppe per eseguire materialmente la rappresaglia. Il colonnello Hauser tuttavia rifiutò a sua volta di farsi coinvolgere, affermando che il compito spettava alla polizia tedesca che aveva subito l'attacco; il generale Mälzer, sempre più in difficoltà, decise infine di assegnare direttamente al colonnello Kappler e ai suoi uomini l'esecuzione delle fucilazioni; egli stabilì inoltre che il capo della Gestapo a Roma avrebbe dovuto partecipare personalmente per "dare l'esempio".

Esecuzione della rappresaglia
Il colonnello Kappler, dopo aver ricevuto gli ordini del generale Mälzer, ritornò in via Tasso dove comunicò ai suoi uomini che "entro poche ore" dovevano essere uccisi per rappresaglia 320 uomini; tutti i componenti del reparto, compresi gli ufficiali, dovevano prendere parte alle esecuzioni come "necessario atto simbolico". Il colonnello dovette affrontare rapidamente importanti difficoltà tecniche legate alla modalità delle fucilazioni ed al luogo di esecuzione; egli disponeva in tutto di 74 uomini, tredici ufficiali, compreso egli stesso, un soldato semplice e 60 sottoufficiali; su proposta del capitano Köhler, si decise di effettuare l'eccidio di massa in una serie di gallerie sotterranee abbandonate in via Ardeatina. Dopo un sopralluogo del capitano con genieri dell'esercito la zona venne ritenuta idonea e facilmente occultabile chiudendo con esplosivi le entrate delle gallerie. Il colonnello Kappler stabilì che le uccisioni fossero dirette dal capitano Carl Schütz, che il capitano Priebke controllasse la lista per verificare l'avvenuto completamento delle uccisioni e che si impiegasse "non più di un minuto per ogni uomo".
Ulteriori difficoltà sorsero verso le ore 13.00 quando il colonnello Kappler apprese della morte del trentatreesimo soldato tedesco in via Rasella; egli, deciso ad eseguire con la massima precisione la rappresaglia, secondo le tassative disposizioni delle autorità superiori, prese l'iniziativa immediata ed autonoma di comprendere nella lista dei condannati a morte altri dieci uomini, presi tra un gruppo di ebrei che erano stati arrestati nelle ultime ore dopo il completamento dell'elenco iniziale. Intanto fin da mezzogiorno era iniziato il concentramento dei todeskandidaten. I prigionieri rinchiusi in via Tasso furono condotti fuori dalle celle e radunati con le mani legate dietro la schiena; non venne comunicata alcuna informazione sul destino che attendeva le vittime; il colonnello Kappler e il capitano Schütz ritennero che, per evitare reazioni pericolose dei prigionieri o della popolazione, difficilmente controllabili a causa del ridotto numero di militari tedeschi disponibili, fosse preferibile mantenere l'incertezza e la segretezza. Poco prima delle ore 14.00 la colonna degli autoveicoli con i prigionieri si mise in movimento e da via Tasso girò sulla destra su via Ardeatina; il luogo era distante circa un chilometro. Le cave scelte per l'eccidio erano ubicate tra le catacombe di San Callisto e santa Domitilla; attraverso tre accessi si entrava in un labirinto di gallerie interconnesse che misuravano da trenta a novanta metri di lunghezza, quattro metri di altezza e tre metri di larghezza. Prima dell'arrivo degli automezzi con i condannati, il capitano Schütz si era recato sul luogo con i suoi uomini, si trattava di personale poco esperto di armi e impiegato soprattutto in compiti burocratici di polizia e repressione; egli illustrò in modo energico la loro missione; il colonnello Kappler parlò agli ufficiali, affermando che il loro compito era legittimo e che era indispensabile una loro partecipazione diretta per rinsaldare il morale degli uomini.
Alle ore 15.30 arrivarono anche i prigionieri provenienti da Regina Coeli e dopo pochi minuti ebbero inizio le fucilazioni. I prigionieri, suddivisi in gruppi di cinque, vennero condotti nelle gallerie illuminate da soldati tedeschi muniti di torce elettriche; all'entrata del luogo di esecuzione il capitano Priebke richiedeva il nome al condannato e controllava la lista; quindi le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori, all'ordine del capitano Schütz, sparavano un colpo di pistola dall'alto in basso all'altezza del collo; in questo modo si riteneva di ottenere una morte immediata. Un soldato accanto all'esecutore illuminava la scena con un'altra torcia. Il colonnello Kappler prese parte al secondo turno di eliminazione; il capitano Priebke invece sparò con il terzo turno. In totale furono effettuati 67 turni di esecuzioni; mentre all'inizio la procedura di annientamento delle vittime sembrò avviarsi con precisione e disciplina, con il passare del tempo la situazione divenne più confusa. Alcune vittime cercarono di opporre resistenza e dovettero essere sottomesse con la forza; la massa crescente di cadaveri venne accatastata per lasciare spazio a disposizione; alla fine per accelerare i tempi si decise di far salire le vittime e gli esecutori sopra lo strato di cadaveri e si formarono pile di corpi. Alcuni carnefici non eseguirono con precisione l'esecuzione; fu necessario sparare ripetutamente sulla stessa vittima, molti corpi furono devastati e mutilati dai colpi, alcune vittime non morirono instantaneamente. Per sostenere il morale dei suoi uomini il colonnello Kappler prese parte ad un secondo turno di esecuzioni; egli convinse a sparare anche il tenente Wetjen che in un primo tempo si era rifiutato; tutti gli ufficiali, su ordine del colonnello, effettuarono una seconda esecuzione, solo il sottotenente Günther Amonn, completamente sconvolto, non riuscì a sparare e venne messo da parte.
Mentre procedeva l'eliminazione sistematica delle vittime comprese nella lista tedesca del capitano Priebke, il colonnello Kappler era in ansiosa attesa dell'arrivo dei cinquanta uomini che avrebbero dovuto essere forniti dal questore Caruso; quest'ultimo aveva continuato a cercare di guadagnare tempo e non aveva ancora completato la lista. Alle ore 16.30 il tenente Tunnat e il sottotenente Kofler arrivarono a Regina Coeli e pretesero immediatamente i cinquanta prigionieri; dato che la lista di Caruso non era ancora arrivata il tenente Tunnat radunò sommariamente i prigionieri a caso; vennero prelevati alcuni che erano effettivamente compresi nell'elenco del questore ma vennero anche condotti alla morte dieci detenuti estranei in procinto di essere rilasciati. Il tenente Tunnat condusse alle cave Ardeatine circa trenta uomini, egli dopo alcune ore ritornò a Regina Coeli dove era arrivata la lista di Caruso; l'ufficiale tedesco prese gli ultimi venti detenuti che arrivarono alle cave Ardeatine quando ormai era sera; le venticinque esecuzioni finali terminarono alle ore 20.00. Il colonnello Kappler al termine dell'eccidio parlò ai suoi uomini ammettendo che era "stato molto difficile" ma affermò che "la rappresaglia era stata eseguita" in applicazione delle "leggi di guerra".
Durante l'esecuzione dell'annientamento dei todeskandidaten, il capitano Priebke aveva accuratamente controllato la lista, procedendo alla verifica del numero delle vittime; al termine dell'eccidio l'ufficiale rilevò che erano presenti, a causa della confusione dell'azione finale di rastrellamento dei condannati a morte, cinque uomini in più del numero previsto di 330. Il colonnello Kappler, informato dal capitano Priebke, decise di procedere all'eliminazione anche di questi ostaggi in più con la motivazione, riferita dal maggiore SS Karl Hass durante il secondo processo del dopoguerra, che fosse inevitabile ucciderli perché "avevano visto tutto".
Al termine della procedura di annientamento delle vittime, i soldati del genio tedeschi minarono gli accessi alle gallerie e fecero esplodere le cariche sbarrando le entrate; in questo modo il colonnello Kappler intendeva mantenere l'assoluta segretezza sull'eccidio; le esplosioni finali furono udite da alcuni monaci salesiani presenti nelle vicinanze che fungevano da guide alle catacombe, i monaci avevano osservato durante l'intera giornata il frenetico movimento di automezzi tedeschi nella zona. All'interno delle cave i cadaveri rimasero ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo.

Reazioni all'eccidio
L'Alto comando tedesco diramò alle ore 22.55 del 24 marzo un comunicato, trasmesso dall'Agenzia Stefani, che, dopo aver descritto l'attentato di via Rasella, "imboscata eseguita da comunisti-badogliani", proclamava la volontà di "stroncare l'attività di questi banditi" e rivelava di aver ordinato che "per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati" e concludeva con la frase inequivocabile "l'ordine è già stato eseguito". I quotidiani romani riportarono il comunicato nella loro edizione di mezzogiorno del 25 marzo.
Mussolini discusse telefonicamente con il ministro Buffarini Guidi riguardo il tragico eccidio; egli apparve soprattutto preoccupato per la possibile reazione della popolazione di Roma; il Duce giustificò la rappresaglia: ai tedeschi "non si può rimproverare nulla...la rappresaglia è legale, è sanzionata dai diritti internazionali".
La convenzione dell'Aia del 1907 proibisce la rappresaglia, mentre la Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al Trattamento dei prigionieri di guerra, fa esplicito divieto di atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra nell'Articolo 2. Dal punto di vista internazionale l'argomento rappresaglia era contemplato nei codici di diritto bellico nazionali, in cui si faceva riferimento ai criteri della proporzionalità rispetto all'entità dell'offesa subita, della selezione degli ostaggi (non indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni civili. Alcuni di questi aspetti furono violati: nella selezione degli ostaggi, poiché si procedette alla fucilazione anche di personale sanitario, infermi e malati e inoltre poiché non risulta che sia stata eseguita da parte tedesca alcuna seria indagine per appurare l'identità dei responsabili dell'attacco, né si attesero le 24 ore di consuetudine affinché gli stessi si consegnassero spontaneamente.
Dalle salme identificate (322 su 335) si ricava che circa 39 fossero ufficiali, sottufficiali e soldati appartenenti alle formazioni clandestine della Resistenza militare, circa 52 erano gli aderenti alle formazioni del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, circa 68 a Bandiera Rossa, un'organizzazione comunista trockijsta non legata al CLN, 19 erano fratelli massoni appartenenti indistintamente sia dell’Obbedienza di Palazzo Giustiniani sia a quella di Piazza del Gesù, e circa 75 erano di religione ebraica. Altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni. Non mancarono tuttavia tra gli uccisi i rastrellati a caso e gli arrestati a seguito di delazioni dell'ultim'ora, come il giovane pugileLazzaro Anticoli, detto "Bucefalo", arrestato in seguito alla delazione di una correligionaria, Celeste Di Porto, detta "Pantera Nera", finito alle Fosse Ardeatine al posto del fratello della giovane.

Processi ai responsabili dell'eccidio
Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato all'ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell'ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l'aiuto della moglie riuscì ad evadere dall'ospedale militare del Celio, il 15 agosto 1977, e a rifugiarsi in Germania, ove morì pochi mesi dopo, il 9 febbraio 1978. Anche il principale collaboratore di Kappler, l'ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato ed estradato in Italia, ove, processato, è stato condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. Morirà a Roma l'11 ottobre 2013. Anche Albert Kesselring, catturato a fine guerra, fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1946 da un Tribunale Alleato per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ma la sentenza fu commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute e fece ritorno in Germania, dove si unì ai circoli neonazisti bavaresi. Morì nel 1960 per un attacco cardiaco.

Il monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine
Subito dopo la fine della guerra il comune di Roma bandì un concorso per la sistemazione delle cave ardeatine e la costruzione di un monumento in ricordo delle vittime dell'eccidio nel luogo stesso in cui avvenne: le cave di pozzolana della via Ardeatina; fu il primo concorso d'architettura nell'Italia liberata.
Dalle due fasi del concorso uscirono vincitori ex aequo due gruppi: quello formato dagli architetti Nello aprile, Cino CalcaprinaAldo CardelliMario Fiorentino e dallo scultore Francesco Coccia e quello formato dagli architetti Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella. Ai due gruppi fu assegnato l’incarico di un progetto comune per la costruzione di un sacrario, la sistemazione del piazzale e il consolidamento delle gallerie fatte esplodere dai tedeschi dopo l’eccidio: quello che è stato chiamato monumento, o mausoleo, ai martiri delle Fosse Ardeatine.

Il monumento fu inaugurato il 24 marzo 1949.


domenica 20 aprile 2014

Buona Pasqua

Un po' di tempo fa (diciamo circa due anni or sono) avevo scritto questo, con l'intento di voler mantenere un ponte virtuale tra la nostra famiglia e tutte le persone a noi vicine.

Poi però ho fatto i conti con la dura realtà e mi sono accorto che più che a un ponte, assomiglia a una fune sfilacciata: tantissime sono le cose che non sono riuscito a dire e tantissime quelle che avrei voluto raccontare.



Ma come si fa? Il tempo e le forze sono quello che sono... e allora vi chiedo scusa per tutto questo silenzio.


Questa settimana, però, ho in parte capito un'altra cosa.

Ogni mattina, quando porto la Bea all'asilo, passiamo davanti a una siepe e un paio di alberi.
È stata lei la prima a notare che la siepe si stava inverdendo e sui rami sono spuntate le prime foglioline. Io non ci avevo fatto caso.
Ma poi ho avuto un'illuminazione: il rumore delle piante. Il rumore delle foglie che escono dalle loro gemme, il rumore dei fiori che sbocciano, il rumore dell'erba che nasce.

Un pianta che cresce fa un unico rumore: il silenzio.

E così il silenzio non è solo l'assenza di qualcosa o la mancanza di rumore, ma può essere una condizione in cui nasce, cresce e cambia una parte di mondo intorno a noi.

Allora scusate se ogni tanto siamo rimasti troppo in silenzio, se non abbiamo raccontato molto... stavamo crescendo, stavamo cambiando.




Cogliamo l'occasione di augurare a tutti nostri lettori (vicini e lontani) una buona Pasqua e tanti momenti di felicità durante questi giorni di festa. Un augurio di cuore e un abbraccio forte soprattutto da loro, i miei fiori più belli, sbocciati nel nostro silenzio.


sabato 19 aprile 2014

A ognuno la sua...

Giusto per stare in tema vorrei dire che, sì, ogni uomo ha la sua croce: la mia?

La mia è Lalinguasvedese.


Oh capiamoci, niente a che vedere con quello che ha passato Lui, ma c’è anche da dire che Lui era Lui e io sono io… insomma a ognuno secondo la sua misura.

Comunque ogni volta che faccio un piccolo passo in avanti (verso il mio Golgota), poi cado e son sempre dolori.

Oggi siamo andati a fare una bella passeggiata på skogen giusto per goderci questi 17°C di primavera. Di ritorno ci siamo fermati in un parco dove la Bea ha potuto sfogarsi un po’.
Ecco mentre la Bea gungar sull’altalena, sbucano da dietro l’angolo due bambine svedesi di circa sette/otto anni, che si mettono subito a dondolarsi di fianco alla Bea.
Io me ne stavo seduto su una panchina e godermi il sole (att solar). Poi la Bea mi chiama per darle un paio di spinte…


  • Papà… kan du komma hit? (papà, puoi venire qui?)
  • Ja Bea, nu kommer jag…vänta lite! (Si Bea, arrivo...aspetta un attimo!)

Ecco, dopo questa frase, le due bimbe hanno smesso di dondolarsi e sono corse via.
Il mio sconforto mentre guardavo l’altalena vuota che ancora dondolava è stato infinito.

Ma per fortuna, come Lui ha avuto l’aiuto del Cireneo, io ho avuto il supporto della mia Signora.


  • Mamma, dove sono andate le due bimbe??
  • Sono andate via, Bea, non appena hanno sentito tuo padre parlare svedese, sono scappate!!


Potete chiudere il sepolcro e gettare la chiave!

venerdì 4 aprile 2014

Quattro/quattro

Io, dopo alcuni anni, continuo sempre a pensarla nello stesso modo: AUGURI!!!




















domenica 16 marzo 2014

Kräkningar

Ante scriptum: rileggendo il post mi sono accorto che tra le righe (ma non solo) emergono molti paralleli italo-svedesi. Fondamentalmente non l´ho fatto per decretare vincitori né vinti, ma vorrei rimarcare il fatto che qui c’è la nostra visione della realtà indipendentemente da quale che sia la nazione in cui questa si presenti. Come spesso ribadito qui non c´è la Svezia e nemmeno l’Italia, qui c´è la nostra Svezia e la nostra Italia. Chi ha orecchi per intendere, intenda!


Dunque, alcuni post addietro avevo lasciato un discorso in sospeso. Oggi, a distanza di quasi due anni, qualche esperienza in più l’abbiamo fatta e quindi possiamo ripartire da lì.

Questa settimana la Bea è stata davvero male! Siamo partiti Lunedì con un bel virus intestinale che l’ha stesa. Vomito e diarrea a ciclo continuo. Meno di due settimane fa eravamo tutti a letto con l’influenza e adesso eccoci pronti a ripartire.

A parte che non è mai facile mettere in fila tutte le cose quando si sta male, ma almeno cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi per quanto si possa. Quello che ci ha lasciato questa settimana è una maggiore esperienza sulla sanità qui in Svezia e di questo vi voglio raccontare.

Lunedì infatti, capendo che non si trattava di un semplice mal di pancia, abbiamo chiamato il vårdcentralen (Centro per la Salute). Il vårdcentralen è sostanzialmente la versione 2.0 del medico di base italiano.  E' un centro con personale ospedaliero (medici e infermieri) che ha in cura un determinato numero di abitanti della città. Ogni città ha diversi vårdcentralen in base alla popolazione. Ogni persona ha il proprio vårdcentralen (esattamente come il medico della mutua) e in caso di necessità lì deve rivolgersi. La differenza rispetto al medico tradizionale è che nel proprio vårdcentralen, oltre alla possibilità delle normali visite, si ha anche l’opportunità di effettuare analisi e interventi di chirurgia di base. Quindi, se uno deve fare gli esami del sangue, li può fare lì. Se uno si è tagliato un dito e ha bisogno di una sutura, sempre lì. Non so bene quando scatti la soglia per cui dal vårdcentralen si passi all’ospedale (penso che non tutti i vårdcentralen abbiano le attrezzature per la TAC o non so in caso di fratture ci sia un ortopedico con relativa sala gessi), ad ogni modo una persona mediamente sana che ha bisogno di un paio di visite all’anno, per i classici malanni, o magari degli esami del sangue può tranquillamente non dover mai metter piede in ospedale. Io la trovo una cosa molto positiva e anche efficiente, soprattutto in termini di tempo. Ah quasi dimenticavo, in Svezia (come sempre) si paga tutto, poco e tutti. A parte i bambini, penso fino a 16 anni ma non sono del tutto sicuro, dovrei controllare, e gli anziani, tutti gli altri pagano. Qui nel Södermalm sono 100sek (circa 11€) per una visita infermieristica e 150sek (circa 17€) per il medico. Non so dirvi per le analisi perché le uniche che ho fatto, me le hanno fatte in azienda, ma penso non siano cifre esorbitanti. Una volta raggiunto un tetto massimo annuale, poi é tutto gratis.

Ad ogni modo non è sempre oro quello che luccica. Il primo aspetto riguarda le modalità di accesso al vårdcentralen. Occorre sempre prenotare per telefono e se ci si presenta alla reception senza appuntamento si viene gentilmente (ma neanche tanto) rispediti al mittente. Si chiama la segreteria automatica e si lascia il proprio numero e personnummer (codice fiscale) e solitamente si viene richiamati nel giro di un paio d’ore. Poi l’infermiera alla reception fa un po’ di domande per capire la gravità del caso e decide quando dare l’appuntamento. Ora, occorre una certa abilità nel superare l’ostruzionismo delle infermiere addette al centralino che, generalmente, non si scompongono nemmeno di fronte a parole come privo di conoscenza o morte. A parte un po’ di ironia, a volte è molto frustrante sentirsi dire continuamente di aspettare un paio di giorni in attesa che la situazione migliori, soprattutto quando si sta male o quando vostra figlia ha la febbre a 39C da almeno un paio di giorni. Anche perché il calendario delle visite è giornaliero. Mi spiego meglio. Vengono fissati solo gli appuntamenti della giornata in corso e non vengono stabilite visite per i giorni a seguire. Per cui se si tarda a telefonare non c’è speranza di poter essere visitati e occorre fare tutta la trafila di nuovo il giorno seguente. Generalmente dopo le 9.00 del mattino si è spacciati!

Nonostante questo, con un po’ di esperienza, buone maniere e tempismo si hanno buone probabilità di vedere un medico entro le 24 ore.
Ora, la Svezia ha, per scelta o per condizione cronica, carenza di personale medico. A detta di tre colleghi le cui mogli e compagne lavorano negli ospedali tra Eskilstuna e Stoccolma, se sei medico o infermiere c’hai da pedalare perché il rapporto pazienti/medici è abbastanza alto. 

Perché dico questo, perché Lunedì, causa ondata di influenza e varicella che ha investito Eskilstuna, tutti i vårdcentralen erano intasati e già alle 8:30 di mattina la segreteria per le prenotazioni rispondeva con il messaggio: chiamate l’1177, ovvero il numero per l'assistenza sanitaria. In poche parole avevano staccato il telefono!


Anche con l’1177 occorre una certa dimestichezza. Primo serve che la batteria del cellulare sia ben carica. I minuti di attesa in linea sono sempre almeno 20. Se poi si chiama in orario di pranzo, allora mettetevi comodi perché c’è da aspettare almeno il doppio. Su questo ho le prove dirette e anche fonti certe che me lo hanno confermato. Poi, anche in questo caso, c’è sempre da fare opera di convincimento!


Ad ogni modo dopo la prima chiamata all’1177, spiegando i sintomi della Bea, otteniamo questo: vätske-ersättning. 


Vätske-ersättning è il “farmaco” prodigioso in grado di sconfiggere qualunque male riguardante stomaco e intestino. A dire il vero da quel che mi hanno detto in farmacia e da quanto scritto sopra il foglietto illustrativo, si tratta di fermenti e minerali che dovrebbero aiutare a ripristinare la flora intestinale, ma qui è un po’ come il guaritore assoluto per cui un paio di bustine dovrebbero avere lo stesso effetto della pozione di Asterix e Obelix.

Sfortunatamente vätske-ersättning non ha avuto gli effetti sperati sulla Bea, che ha continuato a rimettere con la stessa frequenza per un altro paio di giorni. Mentre quelli del vårdcentralen erano alle prese con la più grave pestilenza che abbia afflitto Eskilstuna dal dopoguerra, essendo il centralino perennemente scollegato, abbiamo di nuovo chiamato l’1177 e dopo quattro giorni ci hanno detto di andare all’ospedale. E qui si apre un capitolo nuovo.

Dunque l’1177 ha inviato il nostro anmälan (la nostra notifica) al reparto Barnakutmottagning ovvero il reparto di pediatria del pronto soccorso, fornendoci anche tutte le istruzioni sul come e dove raggiungere il luogo. Arrivati in ospedale la Bea ha rimesso proprio davanti all’entrata ma per fortuna siamo riusciti ad arginare la situazione, poi abbiamo seguito alla lettera le istruzioni e siamo andati alla reception del reparto. Lì avevano già preparato una cartella per la Bea con le informazioni che avevamo lasciato all’1177. Ovviamente il reparto era tutto su misura per bambini e famiglie ma, come era prevedibile, anche molto affollato e pieno di pianti e stridore di denti. 


Ecco cosa abbiamo fatto nelle tre ore in cui siamo stati lì.
Un’infermiera ha visitato la Bea, che nel frattempo piangeva abbastanza forte per il male alla pancia, e ci ha assegnato un codice (stessa scala come in Italia: bianco, verde, giallo e rosso).
Dopo la visita preliminare ci hanno fatto accomodare in una sala separata lontano da altri bambini possibilmente infetti (così ci hanno detto).
Il pediatra ha nuovamente visitato la Bea nel giro di mezzora e ci ha chiesto tutto sulla sua situazione. Dopo di che ha richiesto le analisi del sangue e delle urine.
L’infermiera ha preso un paio di campioni e una provetta di urine, la Bea ha ricevuto il suo bel cerotto colorato e un piccolo regalino, essendo stata molto brava, e poi sono andati in laboratorio.
Dopo un’altra mezzora è tornato il medico con i risultati e ci ha detto che tutte le analisi erano a posto e che molto probabilmente si trattava di un virus intestinale. Perfetto diagnosi fatta. La cura???
Poco cibo possibilmente scondito (riso, pane, maccaroni), acqua o saft con un po’ di zucchero e per finire vätske-ersättning (di nuovo!!!!).
Se le condizioni fossero peggiorate contattare nuovamente l’1177.

Anche in questo caso nulla da eccepire sulla professionalità del personale e la struttura, anche se un po’ di amaro in bocca mi è rimasto.
Per esempio, durante l’attesa, una signora, di chiare origini meridionali, con una bambina visibilmente sofferente, si è recata nella sala del personale e ha letteralmente cazziato tutti perché si stavano facendo la loro fika mentre bambini stavano male. No, no cosa avete capito non si tratta della mia Signora, lei dopo gli ultimi corsi comportamentali al Komvux, ha abbandonato il suo impeto meridionale e adesso ha un approccio molto più nordico. Praticamente in modo molto pacato e calmo riesce a mettere le persone di fronte ai loro errori senza che questi abbiano modo di replicare e li seppellisce sotto l’evidenza dei fatti e questi non possono far altro che accettare le conseguenze. Ma questa è un’altra storia...
Ad ogni modo come ho sempre detto, qui in Svezia, toglietemi tutto ma non la fika, che messa così suona un po’ stano ma è la verità e vale anche al pronto soccorso.

Altra punta di amaro in bocca quando il medico di fronte alla specifica richiesta di un qualcosa per calmare il vomito ci ha risposto che non c’era nulla del genere e di continuare con i rimedi della nonna. Ora io ultimamente con lo svedese ho fatto progressi e mia moglie molti più di me e non ci sono stati fraintendimenti linguistici, questo lo garantisco. Lui ha capito bene la domanda e noi altrettanto la risposta.
Va beh, poco male il medico ci ha salutato dicendoci che lui passava sempre le vacanze in Italia, che gli piaceva un sacco Como e poi un bell’arrivederci in italiano-scandinavo.



Venerdì le cose invece di migliorare sono peggiorate. Il vomito era sempre più frequente e ormai la Bea non riusciva a trattenere né cibo né liquidi. Quindi, Sabato mattina, collega il cellulare al carica batterie e chiama nuovamente l’1177. Dopo 45 minuti, ci dicono che adesso siamo gravi (e grazie al cazzo accidenti!!) e dobbiamo tornare al pronto soccorso. Essendo Sabato, questa volta il reparto di pediatria è chiuso e dobbiamo andare al Pronto Soccorso Generale (Akutmottagning).

Perfetto altro giro, altro regalo. Preso il numero alla macchinetta, spiegato tutto alla reception, compilato un nuovo foglio nella cartella della Bea, rifatta la visita per assegnare il codice. E poi di nuovo il medico, l’infermiera, le analisi sangue-urine, e nuovamente il medico.
La Bea ci è rimasta un po’ male perché questa volta le hanno messo un cerotto normale e non le hanno dato nemmeno un adesivo...pazienza.
Arrivano i risultati delle analisi e il medico ci fa vedere che i valori indicavano un netto miglioramento. Io le ho fatto notare che ormai gli spasmi le venivano anche quando beveva un goccio d’acqua e che non riuscendo a trattenere nulla era molto debole. La dottoressa ha quindi capito che cinque giorni ininterrotti di vomito e diarrea forse avrebbero debilitato un adulto, quindi figuriamoci una formichina di 12kg. Abbiamo posto di nuovo la fatidica domanda, sempre in modo molto discreto: non c’è nulla che possiamo usare per fermare gli spasmi??? Io dentro di me pensavo: se mi risponde vätske-ersättning, giuro che la mando a cagare lei insieme a tutti i fermenti le esprimo un minimo di disappunto. Ma qui arriva la sorpresa!
Lei esce, e poi torna con una siringa che contiene uno sciroppo e ci dice. Questo lo usiamo solo in ospedale per fermare il vomito, non potete prenderlo in farmacia con la ricetta. Il vätske-ersättning non usatelo più perché non serve a molto in questi casi (ma va?!?!). Per un attimo le ho voluto bene e ho ripreso un po’ di fiducia nel genere umano.

Sabato sera, la Bea ha preso lo sciroppo datoci “sotto banco”, e ha ripreso a mangiare. Oggi ha un colorito tendente al rosa, ha mangiato e da quasi venti ore non rimette più.



Sabato, a cena, mentre la vedevo magiare un po’ di riso, mi sono lasciato andare a qualche confronto con la mia Signora. Ho fatto un po’ di mente locale sulle mie esperienze da bambino e su quanto abbiamo sperimentato nel primo anno e mezzo con la Bea in Italia.
Come penso sarebbe andata in Italia: molto probabilmente avremmo chiamato la pediatra che, in funzione della gravità, sarebbe venuta a casa a visitare la Bea. Poi, dopo una normale visita, avrebbe prescritto uno sciroppo (per esempio Plasil o Peridon) e ci avrebbe detto di tenerla a digiuno o di mangiare in bianco. Tutto senza uno straccio di esame o senza versare una goccia di sangue. Molto probabilmente la Bea sarebbe stata male comunque per 4 o 5 giorni e poi si sarebbe ripresa normalmente. No ospedali, no altri medici no infermieri... una normale visita, ricetta (ovviamente non elettronica) e medicina.


Giusto? Sbagliato? Non lo so.

Non lo so nel senso che non so se questo modo in cui sono cresciuto sia effettivamente il migliore. Se dovessi sintetizzare, facendo ovviamente le rispettive approssimazioni:


Svezia: tante visite, tante analisi, nessun farmaco. 
Italia: una sola visita, no analisi, tanti farmaci.

Quale sia l’approccio migliore, io non lo so, non essendo medico non so se la soluzione migliore sia quella di aspettare che la malattia faccia il suo corso naturale, oppure utilizzare lenitivi che possano alleviare i fastidi (o il dolore) che la malattia provoca. Appunto non lo so e probabilmente mi servirà tempo per scoprirlo. Quello che so è che io sono cresciuto seguendo il metodo Italiano e quindi questo approccio è altamente radicato nella mia mentalità, ecco perché a volte storco un po’ il naso di fronte ad altri approcci. Sono però pronto a mettermi in discussione e a riconoscere l’efficacia di altri metodi.

Io sono uno di quelli contrari a priori all’uso smodato di farmaci. Spesso mi sono tenuto la mia emicrania per più di venti ore filate pur di non prendere gli antidolorifici. Sposo in pieno la teoria di utilizzare gli antibiotici solo quando serve e solo quando sono realmente efficaci. Apprezzo il fatto che un medico richieda esami basilari che richiedono meno di un quarto d’ora prima di fare una diagnosi. Tutto questo sono pronto a difenderlo a spada tratta, ma quando ci vuole ci vuole?!? E qui sorge il problema: chi è che stabilisce quand’è che ci vuole? Generalmente il medico che è lì per quel preciso motivo. Ma allora perché di fronte alla stessa malattia due approcci tanto diversi?
Gli sciroppi vari che prendevo da bambino in Italia erano realmente necessari? E come faceva il pediatra a saperlo dopo solo 5 min di auscultazione? E una settimana di vomito continuo qui in Svezia è realmente necessaria o con un semplice sciroppo potrebbe essere evitata?

Non c’è malafede in queste domande, anche perché sono quelle che io mi sono posto al termine di questa esperienza. Ripeto, la nostra esperienza, i nostri occhi.
Anche un semplice virus ci ha messo di fronte a cose che banalmente davamo per scontate e che oggi ci fanno riflettere sulle diversità: lesson learned.


Bene, l’importante è che adesso siamo di nuovo tutti friska (sani) e speriamo di rimanerci per un po’.