[...]
"Mi capita spesso di vedere la Bea come una scatola.
Fin dal suo primo giorno di vita, lei è stata una scatola stupenda, con un fiocco meraviglioso e la carta luccicante. Una scatola vuota che ha iniziato a riempirsi, dopo il suo primo respiro.
All'inizio mi ero sbagliato; pensavo di avere l’esclusiva sul contenuto della scatola, su casa metterci dentro, e invece no.
Vedi questo è il punto: la scatola si riempie da sola. Io posso cercare di metterci quanto più “me” possibile, ma lei, comunque, continuerà a riempirsi e lo farà assorbendo tutto e ovunque.
E non è finita: ogni volta che non lo farò io, ci sarà qualcos'altro o qualcun altro che riempirà la scatola.
Se faccio il conto di quante ore passo con Beatrice mi sento sconfortato. Sono gran parte della giornata al lavoro, la mattina sempre un po' di fretta; resta la sera e il fine settimana.
Lascio ad altri la parte più bella della giornata con lei, lascio ad altri l’esclusiva su quella magnifica scatola e, spesso, non mi piace quello che ci mettono dentro. Ma occorre che lei si confronti, occorre che lei cada e impari a rialzarsi, occorre che sappia riconoscere il bello e il brutto delle cose.
[...]
Perché il tempo che ho con lei è troppo corto, troppo prezioso, e lo spazio in quella magnifica scatola ancora troppo vasto.
Io l’ho scelta e non lascerò a nessuno la sua bellezza."
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giovedì 5 novembre 2015
domenica 12 aprile 2015
Solo un pezzo di cioccolato.
Ho passato un bellissimo fine settimana
con la mia famiglia, con mia moglie e mia figlia.
Come spesso mi accade non
riesco mai a togliermi dalla testa certi pensieri.
Alcuni iniziano qui…
“Non rammentava la data precisa, ma doveva essere accaduto più o meno quando aveva dieci, forse dodici anni. Suo padre era scomparso da qualche tempo, non riusciva a ricordare quanto. Ricordava meglio i disagi e i rumori di quel periodo: il panico periodico causato dalle incursioni aeree, le corse verso le stazioni della metropolitana utilizzate come rifugi, i mucchi di pietrisco sparsi ovunque, i manifesti con ingiunzioni incomprensibili attaccati a ogni angolo di strada, i gruppi di giovani con le camicie tutte dello stesso colore, le file interminabili davanti alle panetterie, le scariche di mitragliatrice che di tanto in tanto si sentivano in lontananza. Soprattutto, il fatto che non ci fosse mai cibo a sufficienza. Ricordava lunghi pomeriggi passati a rovistare fra i mucchi di rifiuti e i bidoni della spazzatura per tirarne fuori torsi di cavolo, bucce di patate, talvolta perfino pezzi ammuffiti di pane tostato dai quali venivano grattate via con la massima cura le parti bruciacchiate, oppure trascorsi ad attendere il passaggio di camion che facevano sempre la stessa strada per trasportare foraggio e che talvolta, sobbalzando sulle buche di cui era piena la strada, lasciavano cadere un po' di grani da qualche panello di semi oleosi. Quando suo padre scomparve, sua madre non mostrò stupore alcuno, né segni di intenso dolore, ma in lei si verificò un improvviso cambiamento. Sembrava che niente la interessasse più. Agli occhi di Winston era chiaro che la madre era in attesa di qualcosa che le sembrava inevitabile. Faceva tutto quel che era necessario, cucinava, lavava, rammendava, spazzava il pavimento, toglieva la polvere dalla mensola del caminetto, ma tutto lentamente e con una curiosa assenza di movimenti superflui, come un burattino che per la bravura dell'artista sembra muoversi da solo. Il suo corpo, ampio e ben modellato, sembrava precipitare verso l'immobilità. Se ne stava seduta per ore sul letto, quasi inerte, accudendo la sorellina di Winston, una creaturina malaticcia e silenziosa, con una faccia che la magrezza rendeva simile a quella di una scimmia. Ogni tanto, ma molto di rado, abbracciava Winston, stringendoselo al petto per lungo tempo, senza dire una parola ed egli, malgrado la sua giovane età e il suo egoismo, sapeva che questo gesto era in qualche modo collegato all'evento innominato che stava per verificarsi. Ricordava la stanza dove vivevano, un ambiente buio che puzzava di chiuso, occupato per una buona metà da un letto su cui era stesa una sovraccoperta bianca. C'era un fornello a gas dietro il parafuoco e una mensola su cui veniva tenuto il cibo, mentre fuori, sul pianerottolo, c'era un lavandino di terracotta scura, comune ad altre stanze come la loro. Ricordava il corpo statuario della madre mentre si chinava sul fornello per rimestare qualcosa nella pentola, ma più di tutto ricordava la fame che non gli dava requie e le battaglie feroci e sordide che si scatenavano all'ora dei pasti. Chiedeva mille volte alla madre, con un tono petulante, perché non c'era dell'altro cibo, gridava e inveiva contro di lei (ricordava perfino il tono della propria voce, che stava cambiando prematuramente e che all'improvviso prendeva delle strane note basse), oppure piagnucolava, nel tentativo di commuoverla e ottenere più di quello che gli spettava. La madre, dal canto suo, era pronta ad accontentarlo, convinta com'era che a lui, "il maschio", toccasse di diritto la porzione più grande. Ma Winston non era mai soddisfatto. Ogni volta lei lo supplicava di non essere egoista, di ricordare che la sorellina era malata e aveva bisogno di cibo, ma era tutto inutile. Winston urlava come un ossesso quando la madre finiva di scodellargli nel piatto la sua porzione, cercava di strapparle di mano la pentola e il cucchiaio, attingeva anche al piatto della sorellina. Sapeva che così facendo le riduceva entrambe alla fame, ma non riusciva a controllarsi, pensava addirittura che quanto faceva fosse nel suo diritto. Secondo lui, la fame che gli torceva le budella bastava a giustificarlo. Nell'intervallo fra i pasti, se la madre non avesse vigilato, non avrebbe mancato di sottrarre qualcosa alla miserabile scorta di cibo sulla mensola.Un giorno venne distribuita una razione di cioccolato, un evento che non si verificava da settimane, per non dire da mesi. Ricordava ancora con perfetta chiarezza il gusto di quel prezioso pezzetto di cioccolato. Era una tavoletta da due once (a quel tempo si parlava ancora di once), da dividere in tre. Ovviamente, la si sarebbe dovuta dividere in tre parti uguali. All'improvviso, come se a parlare fosse stato un altro, Winston udì se stesso reclamare, a voce alta e profonda, tutto il cioccolato. La madre gli disse di non essere così avido. Ne seguì una discussione lunga e lamentosa, che si prolungò fra grida, piagnucolii, lacrime, rimostranze, contrattazioni. La sorellina, seduta in grembo alla madre con entrambe le braccia attorno al suo collo, proprio come una scimmietta, lo guardava con due occhioni dolenti. Infine la mamma spezzò la tavoletta di cioccolato, dandone tre quarti a Winston e un quarto alla bambina, che prese la sua porzione e restò a guardarla senza mostrare un particolare interesse, forse perché non sapeva neanche di che cosa si trattasse. Winston la guardò per un momento, poi, con uno scatto repentino strappò il pezzo di cioccolato dalle mani della sorella e scappò via. «Winston, Winston!» gli gridò dietro la madre. «Torna indietro! Restituisci il cioccolato a tua sorella!»Winston si fermò, ma non tornò indietro. La madre lo guardava fisso in faccia, con gli occhi pieni d'angoscia. Perfino adesso che stava ricostruendo quell'episodio, gli attraversava la mente il pensiero che stava per accadere qualcosa, anche se non sapeva cosa. La sorella intanto, consapevole di aver subito un furto, aveva cominciato a lamentarsi debolmente. La madre l'abbracciò, stringendole il capo contro il petto. Qualcosa, in quel gesto, gli disse che la bambina stava morendo. Si voltò e corse giù per le scale, mentre il pezzo di cioccolato che stringeva fra le dita cominciava a farsi appiccicoso.
Non rivide più sua madre. Dopo aver divorato il cioccolato, cominciò ad avvertire un senso di vergogna e vagò ore e ore per le strade, finché la fame non lo risospinse verso casa. Quando tornò, la madre era scomparsa.”
…e poi finiscono qui.
Sul sito www.ilpiugrandesuccessodelleuro.it è ora disponibile la versione integrale del documentario.
Non riesco mai a togliermi dalla testa l’immagine
di quella madre…
domenica 12 ottobre 2014
Sono solo parole
Sarà un post di nicchia.
Oggi vorrei affrontare l’annosa questione delle epistole.
Data la mia lontananza da amici e parenti, ho spesso fatto uso del mio
tempo cercando di mantenere un minimo di contatto con le persone, lontane e vicine.
In primis ho usato questo spazio, principalmente orientato alle nostre
famiglie, ma ho anche dedicato qualche scritto
ad altri (voi lo sapete).
Ora mi accorgo che magari non ho sempre fatto la scelta migliore, dato che
quello che andava bene a me non sempre andava bene anche agli altri.
Così in questi mesi (ormai diventati anni), alcuni hanno ricevuto un paio
di righe, altri una paginetta e altri ancora svariate facciate (I am so sorry!).
Dai su portate pazienza! Cosa volete che vi dica? Non sempre si ha il tempo
di fermarsi su Skype per un’oretta e soprattutto è difficile sincronizzarsi. L’idea mi sembrava buona:
raccogliere qualche pensiero, metterlo giù quando il tempo lo concedeva e poi
spedire il tutto. Pensavo anche che magari, le persone avrebbero anche potuto
leggere questi pensieri o riflessioni nei momenti a loro più congeniali.
L’intento era buono, il risultato quasi sempre lo è stato. Ora però volevo
solo dire che io ho condiviso qualche pensiero giusto per il piacere di farlo,
magari con l’idea che alcune riflessioni vi avrebbero sicuramente interessato.
Quello che non volevo, era costringere i più a dover rispondere a tutti i costi.
Come dire non è che poi mi aspettassi nulla e il bello è proprio lì. Io vi
conosco (un po’) e mi conosco (forse?!).
Quindi state sereni, siccome incontrarci è spesso difficile, ho solo voluto
mantenere un legame e non permettere al tempo e alla distanza di portacelo via.
Non vi dovete giustificare per nulla e non c’è nulla che dobbiate fare, perché quello è il mio
modo di starvi vicino e voi ne avete altri.
Morale della favola: ogni volta che avrò l’occasione cercherò di tenere
aggiornate queste pagine e di scrivere qualche pensiero più privato. Questi
sono i mezzi che ho a disposizione, non me ne vogliate se questo vi costringerà
a leggere, a concentrarvi e a riflettere. Così è se vi pare.
Ah, dimenticavo: GRAZIE! Grazie a tutti quelli che si sono fermati e a loro
volta hanno voluto condividere, rispondere e far sentire la loro voce. Grazie
perché è stato come prendere un caffè insieme, come farsi un giro in bici o
stringersi di nuovo la mano. Grazie!
Bene, adesso mi sento più sereno, spero lo siate anche voi...
Possiamo tornare, ognuno alle sue faccende: io per esempio è un mese che
cerco di sistemare sto coso… con ottimi risultati, da quanto potete
immaginare!!!!!!!!!!!!
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domenica 28 settembre 2014
Cattivissimo ME
Settembre è decisamente volato.
Infatti non abbiamo nemmeno avuto il tempo di scrivere molto.
Siamo stati risucchiati dalla nostra quotidianità.
Ad ogni modo un paio di pensieri mi piacerebbe lasciarli e quindi eccoci qui.
Alcune settimane fa, la Svezia ha concluso le elezioni 2014. Tutto a posto, o quasi!
Adesso per quattro anni mettiamoci il cuore in pace che non se ne parla più (o forse no?!?).
Tutto secondo le previsioni: i Socialdemokraterna (S) riprendono lo scettro dopo otto anni di pausa riflessiva. La destra, registra un crollo di consensi, e dopo aver perso le elezioni si ritrova anche orfana del suo leader Reinfeldt, che si è assunto la responsabilità della sconfitta e ha quindi lasciato il suo posto.
La Svezia si scopre anche una nazione normale in un continente a-normale. Una nazione, insomma, come tutte le altre: con le sue contraddizioni e i suoi problemi.
Sorrido di fronte a chi si è stupito del 13% degli Sverigedemokraterna (SD), perché sembra caschino dal pero... con quell'espressione un po' maquestecoseinsavezianonsuccedono.
Da parte loro i veri vincitori hanno già iniziato a raccogliere i frutti del successo e a far capire da che parte stanno. Così ecco qui un articoletto interessante.
Oh, capiamoci, io penso solo che questo non sia il problema, questa è solo la conseguenza. Il risultato é il frutto di un dissapore e di una frustrazione (paura, incertezza, malumore) che è nato e cresciuto ben prima del giorno delle elezioni. Se un partito con chiare origini xenofobe salta dal 4% al 13% nel giro di quattro anni, forse (forse?!?) non é solo perché loro hanno predicato bene (bene dal loro punto di vista), ma perché gli altri hanno razzolato male. Io resto convinto che non sono loro ad aver vinto, ma tutti gli altri che hanno perso.
Le ragioni sono sconfinate e la discussione genererebbe la solita invasione di commenti da stadio che io filtrerei a prescindere. Quindi mi limito solo a dire che quel che osserviamo è, a mio modo di vedere, la Storia che continua a girare e che si rincorre così uguale e mai sé stessa.
La Svezia segue la corrente come tanti altri paesi, interessante è sapere dove questa ci porterà.
Giusto come esempio esplicativo, i nostri cari vicini, che fino a qualche mese fa sembravano i primi della classe, hanno scoperto di avere qualche problemino e qualcosa a cui pensare (qui, qui e ancora qui).
Ecco perché sono sempre più convinto che chi si stupisce ora, forse non ha visto o non ha voluto vedere quello che già era evidente prima!
Noi invece siamo tutti indaffarati: dagis, università, lavoro. Oh niente di insormontabile, ma le nostre giornate sono belle piene.
Le giornate si son fatte più fresche e più corte. I colori dell'autunno son già arrivati ma tutto sommato continua a esserci un bel sole.
La Bea si divide tra lezioni indoor e lunghe escursioni tra i boschi di Eskilstuna.
Poi adesso abbiamo anche un nuovo cartone preferito... Cattivissimo Me, che è proprio uno spasso e al quale ho dedicato il titolo di questo post.
La mia Signora si è già messa sui libri (è tornata a quando aveva 16 anni) e ogni giorno mi racconta quello che succede.
Io ci provo anche a seguirla, ma insomma, anch'io ho i miei limiti e arrivo fin dove riesco.
Io, beh io son sempre quello più noioso, quindi non c'è molto da raccontare... finché la barca rullar, lasciamola rullare.
Ogni tanto poi torna a trovarmi il mio inseparabile mal di testa, che mi tiene compagnia per una giornata intera (quando va bene) e mi fa tirare il freno a mano.
Poi nel fine settimana ci dividiamo tra barnkalas e cene multietniche.
Ma quando non ci sono impegni, quando la testa non fa male, quando io, la mia Signora e la Bea ci sediamo tutti insieme e non abbiamo altri pensieri...
allora siamo solo noi stessi
e siamo felici
e il tempo si ferma
e i rumori svaniscono
e si sente solo il sorriso di nostra figlia
e le carezze di mia moglie
e giochiamo per ore, tra principesse e draghi, castelli e cavalieri
e mi sento che forse un senso (tutto questo) poi ce l’ha!
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