venerdì 18 dicembre 2015

Buon Natale

E’ quasi Natale: le giornate sono corte e buie. Oggi fuori fa -11°C e io c’ho una cosa da dire.

Tra pochi giorni ci caleremo di nuovo nella frenesia delle festività. Per noi si eleva al quadrato siccome siamo lontani dalle persone che conosciamo e, soprattutto, perché il Natale è per antonomasia la festa dei bambini, e la Bea non fa eccezione.
Io vorrei semplicemente scrivere una roba tipo: “Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade. Ho tanta stanchezza sulle spalle. Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, ma non sarei né tanto originale né troppo sincero, anche se, a volte, c’è tanta amarezza. L’amarezza è ovviamente autoreferenziale, nel senso che la provo per me stesso. 
Purtroppo rimango deluso da come non riesca mai a sfruttare quei momenti che spesso mi vengono offerti e come non sia in grado di trasmettere un pensiero che sia quello che veramente vorrei. E così, nonostante la magia, l’attesa e lo stato di relativa tranquillità, tutto svanisce, si scioglie e i miei propositi rimangono tali.

Ieri, mentre mettevo a letto la Bea, ho notato che il suo pigiama è diventato corto; segno che lei è cresciuta e che presto passerà Babbo Natale. Stavo lì e guardavo il suo pigiama; non riuscivo però a ricordare quello dell’anno precedente e nemmeno quello di due anni fa. Non solo non avevo alcun ricordo del pigiama, ma non avevo la più pallida idea di cosa fosse successo durante quella visita in Italia. Cosa mi era rimasto... Ho avuto una sensazione di vuoto e di un tempo che mi ha abbandonato senza lasciare traccia.

Ho pensato: non può rimanere solo un pigiama!


E allora mi son detto che quest’anno lascerò a mia moglie e mia figlia qualcosa in più, che almeno il tempo non si potrà portar via così facilmente.

Ho deciso quindi di fargli un regalo: un regalo fatto di pensieri.




Qualche giorno fa’ una persona che merita tutta la mia stima ha pubblicato questa roba qui:  The 'hoolwing out' of the US middle class


Questa immagine animata rappresenta la distribuzione del reddito tra le varie classi della società statunitense dal 1971 fino ad oggi.

Il grafico si legge in questo modo: in orizzontale (da sinistra a destra) c’è il reddito annuo espresso in migliaia di dollari per persona adulta corretto col potere d’acquisto del 2014. Questo vuol dire che i dati sono stati aggiustati rispetto all’inflazione annua, altrimenti non si potrebbero confrontare i redditi del 1971 con quelli attuali. Sostanzialmente nel grafico i 10$ del 1971 valgono tanto quanto i 10$ del 2015 e comprano lo stesso quantitativo di prodotti.
In verticale abbiamo la percentuale di persone che guadagna quella cifra in un anno.
Quindi, per fare un esempio, nel 1971 c’era circa un 1% della popolazione statunitense che guadagnava meno di 5.000$ all’anno (la barretta rossa che sta tutta a sinistra nel grafico), mentre si osservava un equivalente 1% di popolazione che guadagnava più di 200.000$ all’anno (quaranta volte tanto), ovvero quelli che stavano tutti dall’altra parte del grafico.
Il grafico mostra che la società americana del 1971 era abbastanza sbilanciata essendo la maggior parte della popolazione nella zona di sinistra (basso reddito). Quello che si vede del passare dei decenni è che il reddito della classe media tende a spostarsi verso valori più alti. Tutto questo fino al 2008 quando la classe media subisce un attacco violento e inizia a indietreggiare nuovamente portandosi di nuovo verso i valori del 1971. Sostanzialmente il Finantial Times dice che la classe media si sta svuotando (sta scomparendo) e che le due aree a destra e a sinistra della media contengono lo stesso numero di persone, ovvero i super ricchi e i super poveri sono tanti quanti quelli che stanno in mezzo. 


Bene (anzi male), fin qui non sembrerebbe nemmeno preoccupante, ma vorrei aggiungere questo bel grafico che si chiama La Piramide della Ricchezza Globale.



Qui viene illustrata come è distribuita la ricchezza del mondo. Partendo dal basso abbiamo circa un 71% della popolazione mondiale che detiene il 3,0% della ricchezza (area blu), il 21% della popolazione (azzurro) ha circa il 12,5% e così via. Arrotondando per eccesso, si vede che il triangolino giallo in alto rappresenta l’1% della popolazione, che detiene circa metà della ricchezza mondiale, ma non solo, se ci aggiungiamo anche la parte verde si può dire che, a spanne, il 10% di persone ha in mano il 90% del mondo.
La cosa interessante che ci dice Credit Suisse è che secondo le loro analisi questo tipo di polarizzazione si sarebbe dovuto raggiungere solo tra due anni (2017), e invece ci siamo già arrivati nel 2015, con una inaspettata (a detta loro) accelerazione.

Sensazionale, secondo me, è come il FT commenti questi dati:
The hollowing of the American middle: “You have seen a hollowing out of the middle of the income distribution, and there’s neither one cause for it nor a single answer. It’s a big problem, it is decades in the making, and it will require a lot of solutions.” 

La svuotamento della classe media americana: “Avete visto una svuotamento della media della distribuzione del reddito, e non c’è né un unico motivo né una singola riposta a questo. E’ un grosso problema, è da decenni che avviene e richiederà un sacco di soluzioni”.

Della serie ci pisciano in testa e… dicono che è (pure) piscia!

Ora, per chi non lo sapesse, il Finantial Time non è il giornale dei Bolscevichi rivoluzionari in lotta contro il capitale, ma è la voce del padrone, come lo è anche Credite Suisse. Chi lo finanzia (ovvero chi dice cosa scriverci su) sono quello 0,7% di popolazione che detiene il 50% della ricchezza. Se questi si prendono la briga di far sapere come sono andate le cose è solo per un motivo banale: perché hanno vinto. Anzi, hanno stravinto e si possono pure permettere di prendere per il culo l’altro 99% della popolazione dicendo che le ragioni di questi squilibri non si conoscono bene e c’è tanto da fare per il futuro (il loro futuro, ovviamente).

Capisco che a tante persone di questa roba non freghi assolutamente niente. Sicuramente in Europa o in Italia le cose non vanno così – penseranno in molti. Sì, infatti, vanno pure peggio. Nel documento integrale di Credite Suisse l’Italia (insieme a tanti altri paesi Europei) è quello in cui l’accelerazione della disuguaglianza è stata la più accentuata.

Ad ogni modo, giusto per chiudere con queste banalità, ecco qui un ultimo grafico che rappresenta di quanto è variato il reddito pro capite italiano rispetto agli altri paesi europei negli ultimi 45 anni.


Il segno meno significa che gli Italiani dal 1996 hanno iniziato a diventare mediamente più poveri rispetto ai loro vicini europei (i valori sono corretti rispetto all’inflazione). Ah, giusto a scanso di equivoci, negli ultimi trent’anni la produttività mondiale è cresciuta ad un ritmo del 3% annuo ovvero si è continuato ad aumentare la ricchezza prodotta nel mondo; questo per fugare il dubbio sul fatto che i redditi fossero calati (o non aumentati) e tutto il mondo fosse andato impoverendosi. Quindi, se si è creata più ricchezza e i lavoratori sono stati pagati meno, ci sarà qualcuno che c’ha guadagnato di più e guarda caso si tratta sempre di quel triangolino giallo lassù in alto sulla piramide Ecco cos’è la polarizzazione della ricchezza!

Crisi economica e deflazione salariale: la ricetta della BCE



Perché mi preme parlare di queste cose? 

Perché da alcuni anni a questa parte sto assistendo alla distruzione del futuro della mia famiglia e mi sento impotente di fronte a quello che ormai è un non-futuro.
Alcuni mesi fa lessi un articolo in cui si descriveva una società neo-feudale e si raffiguravano gli anni a venire come neo-Feudalesimo. Allora non colsi pienamente il senso di quelle parole, ma oggi le comprendo meglio.
La distruzione della classe media conduce, infatti, al feudalesimo ovvero ad una società controllata da pochi potentissimi il cui resto della popolazione si divide in servi o schiavi. I servi sono sostanzialmente coloro che aiutano i feudatari nel perpetrare la loro volontà e il loro dominio. I vari vassalli, organi clericali e tirapiedi del tempo. Oggi queste figure sono ricoperte dei politicanti e dai burocrati dei vari paesi. Paesi ormai svuotati di ogni potere: tutto è deciso dei feudatari che hanno il loro bel castello fortificato a Bruxelles e che comandano i loro feudi: Italia, Spagna, Francia, Grecia, ecc…
Oggi come allora i feudatari hanno il controllo della moneta sulla quale stampano la loro effige (i ponti della BCE), il controllo sulle leggi (le varie direttive dell’europarlamento) e il controllo sulle finanze (Fiscal Compact, MES, patti di stabilità, ecc.).


Tralascio oltremodo questa parte sulla quale ci sono vagonate di articoli, libri, ricerche e video che chiunque può trovare. L'aspetto che mi interessa maggiormente è quello che mi riguarda, ovvero quello degli schiavi.
Allora si chiamavano servi della gleba oggi si potrebbero chiamare operai, impiegati, dipendenti pubblici, artigiani, partite IVA, studenti e pensionati. Con un termine molto demodé i lavoratori (inclusi quelli che presto lo saranno e che lo sono stati). 
Perché penso che siamo o presto saremo tutti schiavi? Semplice, perché in una società feudale abbiamo perso la capacità di determinare il nostro futuro. Siamo, oggi come allora, attaccati alla “gleba” a quella zolla di terra che ci consente di avere un tozzo di pane ammuffito.

In Italia, ma è così un po’ in tutta Europa, la disoccupazione fisiologica è attorno al 11-12%, quella giovanile oltre il 40%. Questo significa che c'è qualche milione di lavoratori in giro per centri di collocamento che funge da esercito industriale di riserva (cit. Carlo M.) per “incoraggiare” gli altri verso l’abbandono progressivo dei loro salari e diritti. Queste persone sono ovviamente aiutate da una buona dose di immigrati disposti a tutto pur di poter lavorare e che vengono opportunamente sfruttati da chi è costantemente costretto a tagliare il costo del lavoro per non chiudere la baracca.
Io non ho voglia di mettermi a cercare i grafici sulla disoccupazione, sul tasso di riduzione del reddito e queste cose qui.
La miglior descrizione me l’hanno data i Baustelle nell’album Amen (2008) con Spaghetti Western:
“Se vuoi lavorare disse il caporale a un altro disperato 
porta la tua donna che la scopa il capo 
se vuoi lavorare 
poi prese il cellulare 
sputò a terra e ritornò alla Jeep”



Se vuoi lavorare a cosa sei disposto a rinunciare? 

Voi dite di no? Io dico che se in tutti gli annunci di lavoro viene specificato che si ricerca personale con esperienza, vuol dire che le aziende si scambiano le stesse persone (somma zero) oppure che uno che ha finito di studiare deve essere disposto a lavorare gratuitamente (o a pagare di tasca sua) per potersi fare quel minimo di esperienza che gli consentirà di trovare un nuovo posto (una nuova zolla).
E poi quelli che un lavoro ce l’hanno ancora quanto potere hanno di svolgere mansioni in grado di realizzarli e quante volte invece devono accettare condizioni sempre più da schiavi pur di continuare?
Fuori c’è la fila! Mai sentita questa frase? 
A quelli invece che si sentono super sicuri e che magari hanno anche ricevuto l’aumento (o l’elemosina), vorrei chiedere se sanno realmente se la loro retribuzione è allineata ai profitti aziendali.

Cioè siamo tutti sicuri che ci paghino per il plusvalore che il nostro lavoro ha generato?

La risposta è tutta qui:


La linea blu rappresenta l’aumento di produttività che c’è stato negli Stati Uniti (l’Europa è uguale) lungo tutto il ‘900 e la linea rossa è quanto sono aumentati i salari. Quando le due linee andavano di pari passo (fino agli anni ’60) ai lavoratori veniva corrisposto quanto di dovere, quando invece la linea rossa ha smesso di crescere le persone hanno continuato a produrre di più (e le aziende a fare maggiori profitti) mentre i salari sono rimasti piatti o addirittura sono diminuiti. La differenza non è sparita, semplicemente se l’è intascata il feudatario.

Ecco questo è il mondo che vedo io pieno di guerre tra poveri. Rubo questo post al Marxsista di Pieve, che più di altri riassume quello che succede ogni giorno:


Questo qui è il non-futuro che attende me e la mia famiglia. Un posto dove senza assicurazione sanitaria non si verrà più curati, senza una pensione integrativa si creperà in qualche merdoso ostello per anziani, dove non sarà più possibile scegliere nulla perché tutto dipenderà dal lavoro che quello 0,7% di persone deciderà di concederci (la gleba insomma). Un mondo in cui milioni di disoccupati sussidiati comprano spazzatura prodotta da schiavi (parafrasando la definizione che Marie Le Pen ha dato di Globalizzazione).
Ma un mondo di schiavi è un mondo senza libertà, è un mondo di Prolet (cazzo!).

"Finché continuavano a lavorare e generare, le altre cose che facevano non avevano grande importanza. Lasciati a se stessi, come bestiame in libertà nelle pianure argentine, avevano sviluppato uno stile di vita che pareva gli si confacesse alla perfezione, una specie di modello ancestrale. Nascevano, vivevano in topaie, cominciavano a lavorare a dodici anni, attraversavano un fiorente quanto breve periodo di bellezza e di desiderio sessuale, a vent'anni si sposavano, a trenta erano già uomini e donne di mezz'età, per poi morire, quasi tutti, a sessant'anni. Il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte. Tenerli sotto controllo non era difficile. Agenti della Psicopolizia s'infiltravano fra loro, diffondendo false notizie e individuando, per poi eliminarli, quei pochi che davano l'impressione di poter diventare pericolosi." 
[...] 
"Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi perché, privi com'erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi." 
[...] 
"Erano persone al di sotto di ogni sospetto. Come diceva il motto del Partito: «I prolet e gli animali sono liberi»." 
(1984, Orwell)

Ma io un mondo così non lo voglio! Non lo voglio per me, non lo voglio per mia moglie e soprattutto non lo voglio per mia figlia!

Quindi?
Quindi c’è solo un modo per far si che quel famoso 0,7% della popolazione non risolva il problema come ha sempre fatto, ovvero distruggendo l’eccesso di produzione radendo al suolo qualche continente (l’ultima volta l’han fatto una settantina di anni fa), ovvero maturando consapevolezza.
Senza consapevolezza non c’è coscienza; senza coscienza non c’è coesione!

"Se fossero riusciti in qualche modo a prendere coscienza della loro forza, non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Non avrebbero dovuto fare altro che levarsi in piedi e scrollare le spalle, come un cavallo che scuote da sé le mosche. Se avessero voluto, avrebbero potuto fare a pezzi il Partito l’indomani stesso."





Ho scritto tutto questo perché lo devo a mia moglie e mia figlia: due tra le poche persone che ho scelto veramente nella mia vita. Perché glielo devo, perché in un modo o nell’altro la Bea dovrà pur sapere che non me ne sono fregato, che non mi sono voltato dall’altra parte e che c’ho provato. Con tutti i miei liti, le mie brutture e con la lucida consapevolezza che quasi tutto sarà vano, ma almeno non sarò stato in silenzio.

In silenzio invece, rimarrò, di fronte alle mille parole vuote che dovrò ascoltare. Di queste cose vorrei parlare infatti, perché di tutto il resto non mi frega veramente più niente. Non me ne frega più niente delle persone che non vogliono vedere, che hanno paura di ascoltare. Non me ne frega veramente più nulla di chi vuol far finta di niente e coprire tutto di ipocrisia.
Loro stanno dalla stessa parte di chi ha portato via il mio futuro e quello di mia figlia. 
Non posso, non riesco a provare pietà.



A mia figlia e a mia moglie, faccio gli auguri di buon Natale: vorrei stringervi forte e regalarvi un sorriso. Vorrei darvi quella serenità che mi è sempre mancata, vorrei togliermi dal cuore quella pesantezza che c’ho sempre dentro, forse da quando sono nato.
Mi spiace se spesso la sera ho fatto tardi e non sono riuscito ad addormentarmi insieme a voi, stavo tentando di capire, stavo cercando risposte.


Vi lascio le ultime cose interessanti che mi è capitato di leggere e vedere, giusto per mettere agli atti che non tutto quel tempo è stato sprecato:

DEFICIT parte I
DEFICIT parte II




Ah sì, dimenticavo, auguri a tutti e buone feste!

giovedì 5 novembre 2015

5

[...]

"Mi capita spesso di vedere la Bea come una scatola. 

Fin dal suo primo giorno di vita, lei è stata una scatola stupenda, con un fiocco meraviglioso e la carta luccicante. Una scatola vuota che ha iniziato a riempirsi, dopo il suo primo respiro.

All'inizio mi ero sbagliato; pensavo di avere l’esclusiva sul contenuto della scatola, su casa metterci dentro, e invece no.


Vedi questo è il punto: la scatola si riempie da sola. Io posso cercare di metterci quanto più “me” possibile, ma lei, comunque, continuerà a riempirsi e lo farà assorbendo tutto e ovunque. 
E non è finita: ogni volta che non lo farò io, ci sarà qualcos'altro o qualcun altro che riempirà la scatola.


Se faccio il conto di quante ore passo con Beatrice mi sento sconfortato. Sono gran parte della giornata al lavoro, la mattina sempre un po' di fretta; resta la sera e il fine settimana. 
Lascio ad altri la parte più bella della giornata con lei, lascio ad altri l’esclusiva su quella magnifica scatola e, spesso, non mi piace quello che ci mettono dentro. Ma occorre che lei si confronti, occorre che lei cada e impari a rialzarsi, occorre che sappia riconoscere il bello e il brutto delle cose.

[...]

Perché il tempo che ho con lei è troppo corto, troppo prezioso, e lo spazio in quella magnifica scatola ancora troppo vasto.

Io l’ho scelta e non lascerò a nessuno la sua bellezza."



lunedì 2 novembre 2015

La spada di Damocle

Avevamo cominciato qui


e oggi continuiamo così.



"In hoc medio apparatu tulgentem gladium e lacunari saeta equina aptum demitti iussit Dyonisius, ut impendéret illius beati cervicibus. Itaque nec pui-chros ìllos mìnìstratores aspìciebat nec plenum artis argentum nec manum por-rigebat in mensam, iam ipsae defluebant coronae; denique exoravit 'tyrannus, ut se amittèret quod ille iam beatus non cupèret esse. Ita Dyonisius demonstravit nihil esse ei beatum, cui semper aliqui terror impendeat."

La traduzione la trovate qui.

giovedì 29 ottobre 2015

Charlie vs Umarell

Stamattina, mentre mettevo su il caffè, mi è venuto in mente Charlie…


e me lo son visto davanti, col medio alzato, che mi diceva: “Io non voglio crescere, andate a farvi fottere”.

Mi si è gelato il sangue nelle vene: quand’è successo che son passato dall’altra parte? Quand’è stato, che non me ne sono accorto?


Adesso son qui e di anni ne ho quasi venti in più di Charlie… e c’ho messo un po’ ma alla fine ho capito cosa voleva dirmi con quel dito alzato, e probabilmente l’avete capito anche voi.

Poi la giornata è scivolata via, con tanti, tantissimi auguri da parte di amici e parenti. Vi ringrazio tutti, veramente di cuore. Mi ha fatto veramente piacere ricevere anche solo un messaggio!!!


Quando sono tornato a casa ho trovato una splendida sorpresa ad aspettarmi: due occhi pieni di gioia e un abbraccio che non finiva mai.



Charlie ormai è lontano e io fatico a sentire la sua chitarra elettrica.

Alla fine penso positivo: ogni anno che passa mi avvicino al mio traguardo, alla categoria che più sento mia… ogni anno son sempre più un umarell reazionario.


#Iloveumarells


venerdì 2 ottobre 2015

Una giornata da ricordare

Un’altra settimana come questa e il mio alter ego nello specchio invecchia di dieci anni in un colpo solo. Se non altro non si può dire che le giornate trascorrono lentamente…

Poi però, in mezzo a questo girare frenetico, capitano eventi unici, o se proprio vogliamo esagerare, speciali.


E così, è meglio se oggi ci facciamo un piccolo appunto su questo diario di bordo virtuale: oggi è un giorno speciale e vale la pena ricordarsene.



Alla salute!!!



sabato 26 settembre 2015

Settembre, arriva sempre.

Arriva sempre.

A Settembre arriva sempre una giornata così. Una di quelle spettacolari, col sole pulito e il cielo talmente azzurro che ti sembra di toccarlo. L’aria è così fresca che i respiri non ti bastano.

Arriva sempre ed è una di quelle giornate che prenderesti la bici e i chilometri scivolerebbero via che le gambe non se ne accorgerebbero neppure. E poi ti ritroveresti su un colle a cento chilometri da casa e con la borraccia in mano ti godresti il paesaggio conquistato.

Arriva sempre, basta solo afferrarla e così sono uscito e mi son messo a camminare.


Come un umarell alla ricerca del suo cantiere, mi son messo a vagare un po’ in giro.


Sapevo cosa stavo cercando, anche se non ero certo di poterlo trovare, ma alla fine ce l’ho fatta. Dopo aver lasciato il bordo della strada, a pochi passi dal rumore del centro, eccola lì #MyWay.


All'improvviso, mi son sentito come quei saggi col cappello, la bici portata al braccio e lo sguardo fisso verso la scavatrice che affonda nel terreno la sua benna. La testa piena di pensieri, di prodighi consigli e una transenna a separare quelle mani rugose da quel cemento, da quegli scavi.


Ero lì di fronte a quel cartello e ho fatto la cosa più triste che potessi fare: percorrere a piedi l’anello ciclabile per MTB.
Ogni passo a immaginare le pedivelle, le leve appena sfiorate, il rumore della catena sul dergliatore e la forcella danzante. E così ho lasciato l’impronta delle scarpe sulle tracce dei penumatici stampate sul fango…

Ho passeggiato come quel signore con la bici sotto braccio, il cappello in testa tra i portici passando dalla bottega del barbiere, fino al bar dove il giornale è sempre gratis e le bestiemme ti fan sentire meno solo.

Alla fine, mentre me ne stavo tra quei boschi, me li riascoltavo tutti quei discorsi senza senso in dialetto. E poi pensavo…

Pensavo agli ostacoli,


pensavo alle discese,


pensavo alle insidie,


e ai frutti.


Pensavo che non sapremo mai dove ci porterà la nostra strada, ma per scoprirlo non potremo far altro che percorrerla.



Adesso vado, che mi aspettano per le carte.
Ed sicûr égh sarà dal nouvité!!!


domenica 26 luglio 2015

Un'immagine vale più di mille parole

No, non è questione di impegni, non è la quotidianità, non è che non c’è più niente da dire o che manca il tempo. No, non è nessuno di questi motivi, è proprio che non ho più la voce. La bocca si apre ma non vengono le parole.

Faccio fatica a scrivere. E dir che di cose di cui parlare ce ne sarebbero, ma non esce niente. Mi capita spessissimo di raccogliere le idee e di metter giù qualche pensiero ma poi, dopo un paio di righe, si ferma tutto.

Sarà un momento così. Scrivere, cavarmi fuori le parole, mi crea un senso di sofferenza. Lo faccio controvoglia. I motivi li conosco. Passerà e se non passerà rimarranno comunque 152 post in cui qualcosa abbiamo detto.

Niente di preoccupante: la domanda rimane semplicemente: “Cui prodest?

A volte penso che farei prima col linguaggio visivo. Un’immagine vale più di mille parole, dicono. Sì, qualche bella fotografia per condensare il senso di tante riflessioni.

Aspetta, aspetta; mi è quasi venuta un’idea per finirla con sta lagna. Forse prima di cancellare tutto, possiamo dare un senso a questa mezz'ora.
Vi propongo una carrellata di foto che ho fatto nell'ultimo periodo. Dato che siamo stati in visita in Italia, molte vengono da lì.


Vorrei solo dire che qui di fotografie ce ne sono poche. Magari potremmo chiamarle immagini; ecco, sì il termine va meglio. Se invece volete vedere delle vere fotografie magari cliccate qui. Io oltre agli 8 megapixel del cellulare e ai filtrini di Instagram non vado. E’ vero che se uno è capace e ha del talento lo dimostra anche con la Polaroid degli anni ’70 (e per contrappasso se sei poco buono lo rimani anche con la più strafiga delle reflex), ma questo non è il mio caso.
Mediocrità è un termine che calza a pennello.

Sono solo immagini e non avendo voglia di fare un album come si deve le incollo qui, sperando che l’eternità digitale me le conservi.

Partire


Arrivare


Camminare


Ascoltare


Ascoltare (2)


Guardare


Scalare


Mangiare


Scalare (2)


Trovare


Ricordare


Ricordare (2)


Ritornare


Ritornare (2)

giovedì 7 maggio 2015

sabato 25 aprile 2015

Sette rami di quercia.



«Mi hanno detto sempre così, nelle commemorazioni: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango, nelle commemorazioni. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo». 


        Alcide Cervi





domenica 12 aprile 2015

Solo un pezzo di cioccolato.

Ho passato un bellissimo fine settimana con la mia famiglia, con mia moglie e mia figlia. 

Come spesso mi accade non riesco mai a togliermi dalla testa certi pensieri.

Alcuni iniziano qui…

“Non rammentava la data precisa, ma doveva essere accaduto più o meno quando aveva dieci, forse dodici anni. Suo padre era scomparso da qualche tempo, non riusciva a ricordare quanto. Ricordava meglio i disagi e i rumori di quel periodo: il panico periodico causato dalle incursioni aeree, le corse verso le stazioni della metropolitana utilizzate come rifugi, i mucchi di pietrisco sparsi ovunque, i manifesti con ingiunzioni incomprensibili attaccati a ogni angolo di strada, i gruppi di giovani con le camicie tutte dello stesso colore, le file interminabili davanti alle panetterie, le scariche di mitragliatrice che di tanto in tanto si sentivano in lontananza. Soprattutto, il fatto che non ci fosse mai cibo a sufficienza. Ricordava lunghi pomeriggi passati a rovistare fra i mucchi di rifiuti e i bidoni della spazzatura per tirarne fuori torsi di cavolo, bucce di patate, talvolta perfino pezzi ammuffiti di pane tostato dai quali venivano grattate via con la massima cura le parti bruciacchiate, oppure trascorsi ad attendere il passaggio di camion che facevano sempre la stessa strada per trasportare foraggio e che talvolta, sobbalzando sulle buche di cui era piena la strada, lasciavano cadere un po' di grani da qualche panello di semi oleosi. Quando suo padre scomparve, sua madre non mostrò stupore alcuno, né segni di intenso dolore, ma in lei si verificò un improvviso cambiamento. Sembrava che niente la interessasse più. Agli occhi di Winston era chiaro che la madre era in attesa di qualcosa che le sembrava inevitabile. Faceva tutto quel che era necessario, cucinava, lavava, rammendava, spazzava il pavimento, toglieva la polvere dalla mensola del caminetto, ma tutto lentamente e con una curiosa assenza di movimenti superflui, come un burattino che per la bravura dell'artista sembra muoversi da solo. Il suo corpo, ampio e ben modellato, sembrava precipitare verso l'immobilità. Se ne stava seduta per ore sul letto, quasi inerte, accudendo la sorellina di Winston, una creaturina malaticcia e silenziosa, con una faccia che la magrezza rendeva simile a quella di una scimmia. Ogni tanto, ma molto di rado, abbracciava Winston, stringendoselo al petto per lungo tempo, senza dire una parola ed egli, malgrado la sua giovane età e il suo egoismo, sapeva che questo gesto era in qualche modo collegato all'evento innominato che stava per verificarsi. Ricordava la stanza dove vivevano, un ambiente buio che puzzava di chiuso, occupato per una buona metà da un letto su cui era stesa una sovraccoperta bianca. C'era un fornello a gas dietro il parafuoco e una mensola su cui veniva tenuto il cibo, mentre fuori, sul pianerottolo, c'era un lavandino di terracotta scura, comune ad altre stanze come la loro. Ricordava il corpo statuario della madre mentre si chinava sul fornello per rimestare qualcosa nella pentola, ma più di tutto ricordava la fame che non gli dava requie e le battaglie feroci e sordide che si scatenavano all'ora dei pasti. Chiedeva mille volte alla madre, con un tono petulante, perché non c'era dell'altro cibo, gridava e inveiva contro di lei (ricordava perfino il tono della propria voce, che stava cambiando prematuramente e che all'improvviso prendeva delle strane note basse), oppure piagnucolava, nel tentativo di commuoverla e ottenere più di quello che gli spettava. La madre, dal canto suo, era pronta ad accontentarlo, convinta com'era che a lui, "il maschio", toccasse di diritto la porzione più grande. Ma Winston non era mai soddisfatto. Ogni volta lei lo supplicava di non essere egoista, di ricordare che la sorellina era malata e aveva bisogno di cibo, ma era tutto inutile. Winston urlava come un ossesso quando la madre finiva di scodellargli nel piatto la sua porzione, cercava di strapparle di mano la pentola e il cucchiaio, attingeva anche al piatto della sorellina. Sapeva che così facendo le riduceva entrambe alla fame, ma non riusciva a controllarsi, pensava addirittura che quanto faceva fosse nel suo diritto. Secondo lui, la fame che gli torceva le budella bastava a giustificarlo. Nell'intervallo fra i pasti, se la madre non avesse vigilato, non avrebbe mancato di sottrarre qualcosa alla miserabile scorta di cibo sulla mensola.Un giorno venne distribuita una razione di cioccolato, un evento che non si verificava da settimane, per non dire da mesi. Ricordava ancora con perfetta chiarezza il gusto di quel prezioso pezzetto di cioccolato. Era una tavoletta da due once (a quel tempo si parlava ancora di once), da dividere in tre. Ovviamente, la si sarebbe dovuta dividere in tre parti uguali. All'improvviso, come se a parlare fosse stato un altro, Winston udì se stesso reclamare, a voce alta e profonda, tutto il cioccolato. La madre gli disse di non essere così avido. Ne seguì una discussione lunga e lamentosa, che si prolungò fra grida, piagnucolii, lacrime, rimostranze, contrattazioni. La sorellina, seduta in grembo alla madre con entrambe le braccia attorno al suo collo, proprio come una scimmietta, lo guardava con due occhioni dolenti. Infine la mamma spezzò la tavoletta di cioccolato, dandone tre quarti a Winston e un quarto alla bambina, che prese la sua porzione e restò a guardarla senza mostrare un particolare interesse, forse perché non sapeva neanche di che cosa si trattasse. Winston la guardò per un momento, poi, con uno scatto repentino strappò il pezzo di cioccolato dalle mani della sorella e scappò via. «Winston, Winston!» gli gridò dietro la madre. «Torna indietro! Restituisci il cioccolato a tua sorella!»Winston si fermò, ma non tornò indietro. La madre lo guardava fisso in faccia, con gli occhi pieni d'angoscia. Perfino adesso che stava ricostruendo quell'episodio, gli attraversava la mente il pensiero che stava per accadere qualcosa, anche se non sapeva cosa. La sorella intanto, consapevole di aver subito un furto, aveva cominciato a lamentarsi debolmente. La madre l'abbracciò, stringendole il capo contro il petto. Qualcosa, in quel gesto, gli disse che la bambina stava morendo. Si voltò e corse giù per le scale, mentre il pezzo di cioccolato che stringeva fra le dita cominciava a farsi appiccicoso.  
Non rivide più sua madre. Dopo aver divorato il cioccolato, cominciò ad avvertire un senso di vergogna e vagò ore e ore per le strade, finché la fame non lo risospinse verso casa. Quando tornò, la madre era scomparsa.

…e poi finiscono qui


Sul sito www.ilpiugrandesuccessodelleuro.it è ora disponibile la versione integrale del documentario.





Non riesco mai a togliermi dalla testa l’immagine di quella madre…