Poco prima di partire, ricordo di essere passato in macelleria da Gianni. Sentii
il campanello della porta suonare mentre lenta si chiudeva dietro di me.
Quel suono mi riportò indietro. Lontano, lontano, a quando da bambino
entravo da quella stessa porta stringendo la mano di mio padre e nell'altra
quella di mio fratello.
Avevamo appena fatto colazione al bar degli zii, lì di fianco. Ivan ci aveva
salutato coi suoi baffi e, mentre mangiavamo un pezzo di erbazzone, mio padre
aveva annerito col pennarello la schedina del totocalcio.
Poi tutti da Gianni, che, nel vederci, ci sorrideva con gli occhi.
Erano passati tanti anni, ma lui, quella sera, era ancora lì col suo
sorriso buono. Quella sera c’ero io in quella macelleria e nella mia mano stringevo quella
di mia figlia.
Gianni ci salutò con la sua spontaneità e poi mi chiese:
Allora, è vero che partite?
Gli risposi di sì e lui subito:
E quando pensate di tornare?
Non lo so – gli dissi – non lo so. Oggi so che partiremo, ma non ho la minima idea di cosa ci riserverá il futuro.
Non ti preoccupare – mi disse non
hai nulla da temere!
Gli risposi:
Grazie Gianni, ad ogni modo sono certo che quando
torneremo, se torneremo, avremo imparato a capire ed apprezzare tutto quello
che oggi ci accingiamo a lasciare.
Gianni, chinò la testa mentre alcune fettine si appoggiavano piano piano
sul bancone.
Qualche secondo di silenzio.
Poi sorrise di nuovo e mi ripeté:
Non hai nulla da temere!
Oggi, entrando in macelleria, farei un bel sorriso a Gianni e gli direi che
alcune cose le ho capite, altre le ho solo intuite e tantissime continuano a
darmi il tormento, ma di una cosa sono sicuro: apprezzo ogni frammento che mi
sono lasciato alle spalle. Apprezzo le persone buone, i gesti sinceri, le cose
genuine.
Spesso si desidera ciò che si è perso e, quando poi lo si ritrova, lo si stringe
a sé per non smarrirlo di nuovo.
Ogni volta che io ritrovo ciò che spesso mi manca, lo stringo forte. So che
presto dovrò lasciarlo nuovamente e quindi ne colgo ogni attimo.
Un etto di cotto, un paio di fettine di vitello, macinato e tre braciole di
maiale.
Uscii dalla macelleria riascoltando quel campanello che mi aveva riportato
a quando ero bambino. Sorrisi dentro di me, mentre stringevo la mano della Bea, ripensando che forse non avevamo nulla da
temere!
Avete presente la Grecia antica quella dei filosofi, la culla del sapere,
la patria di Omero, sì proprio quella. Ecco, la nostra famiglia è un po’ come la Grecia di allora solo che noi
siamo Sparta e tutt'intorno c’è Atene.
Si è vero noi siamo una famiglia con delle regole. Tante regole.
A Sparta vigono le regole e le regole vanno rispettate. Un soldato di
Sparta rispetta sempre le regole!
E così noi abbiamo il nostro decalogo, che non è altro che la
trasposizione orale di quello che a suo tempo ci è stato insegnato.
Ora però, si da il caso che la nostra piccola guerriera spartana abbia un
suo decalogo personale che comincia più o meno in questo modo:
regola numero uno: ogni regola può
essere infranta!
La signorina sta diventando furba, furbissima. Ora vi racconto…
L’altra sera, mentre mangiavamo tutti insieme, nella calma della nostra
cucina, la Bea fa una puzzetta roboante che quasi ci spaventa.
Noi, quasi intimoriti dal rumore, ci abbiamo messo una decina di secondi
per capire cosa fosse successo e poi siamo intervenuti.
Io: Bea, ci sono delle regole! A
tavola certe cose non si fanno.
Mamma: E poi puoi anche chiedere
scusa!? Vero?
Bea: Mamma, adesso non posso chiedere
scusa, perché sto mangiando e ho la bocca piena e quindi non posso parlare!
Ecco in un secondo è riuscita a zittirci tutti e due usando le nostre
stesse regole e senza che noi potessimo dirle nulla.
Negli istanti che sono seguiti ho capito che nulla potrà la forza di Sparta
contro l’intelligenza di Atene.
La Bea adora il Sabato, in realtà a lei piacciono tutti e due i giorni del fine
settimana, ma a casa nostra ci sono due sabati dato che la Domenica non è ancora
entrata nel suo vocabolario corrente.
Ad ogni modo, sarà che ci alziamo con calma, ci facciamo un bel cappuccio,
un cornetto tutti insieme. Sarà che il Papà non urla sempre come un pazzo
perché siamo in ritardo e gli tocca sempre di arrivare in ritardo. Sarà che ce
ne stiamo in pigiama fino alle dieci e mentre la Mamma fa la spesa noi puliamo
casa e facciamo un po' di faccende. Sarà che ce la spassiamo con mille giochi insieme e
sarà anche per le infinite storie che ci inventiamo… beh sarà per quel che sarà, ma
la Bea il Sabato è proprio contenta!
Ieri per esempio siamo andati al vivaio a cercare un sostituto per il suo fiore
che, purtroppo, non si è sentito tanto bene nell'ultimo periodo. E allora
abbiamo pensato di mettergliene di fianco un altro nella speranza che con un po'
di compagnia si possa riprendere (non penso ce la farà visto che si è ormai ridotto a un mucchio di sola terra e radici, ma questo alla Bea non l'ho ancora detto).
Questo è quello che lei ha scelto personalmente, bello vero?
In queste ultime settimane poi, la Mamis
- come la chiama lei - è parecchio impegnata (vedi alla voce: svenska,
engelska, kemi, fysik, biologi) e noi ci siamo dedicati ad alcune attività
padre-figlia… e quando io e la Bea siamo fuori dalla portata del radar, ne combiniamo
sempre delle belle.
Dopo alcune uscite con la pulka
siamo dovuti correre ai ripari. Dato che la signorina nonhopauradiniente ha iniziato a gettarsi da veri e propri dirupi
senza curarsi della velocità, ci siamo dovuti procurare qualche equipaggiamento
di sicurezza: un casco integrale di quelli da discesa libera taglia XXXS.
Convincerla a non fare quelle discese era pressoché impossibile e quindi
l’alternativa era il casco. I soliti Italiani iper-apprensivi!!!
La Domenica invece ci aspettano le amiche della danza. Un gruppo di
biondissime monelle tra i tre e i quatto anni che con i loro tutù rosa si
rincorrono per mezz'ora in palestra, cantando ballando e ogni tanto
scontrandosi tra loro. Ognuna esibisce con grande orgoglio il proprio
completino, corredato di ballerine e per ogni atleta che si rispetti, una
luccicante borraccia per reintegrare la perdita di liquidi che tutto quel movimento
causa loro.
La cosa bella è che alle lezione di danza ci sono molti più Pappini (così è come mi chiama lei) che Mamis. Le mamme dopo la prima lezione si erano già scambiate il
numero di cellulare e ogni volta si organizzano in una maratona di chiacchiere ininterrotte.
I papà, invece, si salutano a malapena e poi si ignorano reciprocamente. Loro contemplano
la meraviglia di quella mezzora di silenzio che dovrebbe essere tale se non ci
fosse quel gruppo di individui di sesso femminile in perenne assetto da
comizio.
Ora fin qui tutto normale, salvo il fatto che la Bea ha la (S)fortuna di avere un padre come me e
come si suol dire: tale padre, tale figlia. A causa del mio interesse per
alcuni mezzi di locomozione, la Bea ha sviluppato un vero e proprio amore per
tutta una serie di giochi. Nell’ordine
ci sono i trattori, le mietitrebbie, le pale gommate, le scavatrici, i
cingolati, ecc... si insomma tutte cose non proprio così femminili. Ad ogni
modo poco importa. La Bea riconosce a centinai di metri di distanza il suono di
un traktor e se poi non riesce a
vederlo si arrabbia moltissimo.
Ogni sera ci addormentiamo con il riassunto della mia giornata lavorativa e
lei vuole sapere quanti mezzi ho rotto (e poi aggiustato) in officina. Vuole
tutti i dettagli, per esempio, se si è rotto il motore o una ruota, se poi sono
riuscito a sistemarlo o se è ancora fuori
uso.
Domenica scorsa il tempo era brutto, la pulka era a riposo e la lezione di
danza non era stata entusiasmante, serviva quindi qualcosa per rivitalizzare la
giornata.
Ecco allora che io e la mia ballerina ce ne siamo andati al museo. Si ma
micca un museo qualunque: siamo andati qui, al Munktellmusseét di Eskilstuna,
sede della più grande collezione di mezzi da lavoro usciti dai capannoni della Bolinder-Munktell AB.
Tutti mezzi restaurati fedelmente e tutti funzionanti. Insomma il riassunto della meccanizzazione agricola Made by Sweden (tanto per parafrasare una pubblicità che sta spopolando qui in Svezia in queste settimane).
La cosa
bella è che il gruppo che gestisce il museo, un vero e proprio club di esperti
(ex-dipendenti e amanti del genere), ogni volta che vede arrivare un bambino
quasi impazzisce dalla gioia (fondamentalmente essendo anche loro bambini
dentro voglio condividere con altri simili la felicità dei loro giocattoli). Vi
lascio immaginare quando hanno visto entrare una bambinA con gli occhi
spalancati davanti a tutti quei trattori. C’è mancato poco che non accendessero
il motore a reazione che stanno risistemando nell'officina del museo.
Il museo ha anche una peculiarità: il cartello "vietato toccare"non esiste, anzi si può salire su tutti i mezzi a
patto di fare un po’ di attenzione. Noi non ce ne simo fatti scappare nemmeno
uno. A fine giornata la Bea sapeva la differenza tra il pedale dell'acceleratore
e quello del freno, ma non solo, sapeva come azionare la benna di una pala
gommata o come alzare il braccio di uno scavatore. Mi fermo qui altrimenti poi
penserete che siamo tutti matti (si forse c’abbiamo un po' il pallino).
Sulla via di casa ci siamo ripromessi di tornare al museo il prima possibile
e di portarci anche la Mamis, così si
fa un giro in trattore anche lei.
A me i nostri sabati piacciono tanto, Stella Mia!
Anche uno solo di questi giorni sarebbe sufficiente per ripagarmi di tutti gli sforzi (che poi tanto grandi non sono mai stati). Alla sera mi passo tra
la mente le foto della mia campionessa con le sue scarpe da ballo, o mentre
guida i suoi trattori, e mi addormento con un bel sorriso, meraviglioso quanto
il suo mentre cresce in mezzo a noi.
Dopo tanto silenzio ho di nuovo avuto occasione di parlare con altre
persone. Con parlare intendo non semplicemente aprire la bocca ed emettere
suoni, ma poter esprimere un pensiero o una riflessione che solitamente mi
guardo bene dal far uscire da dentro di me.
Ringrazio davvero di cuore le persone che mi hanno concesso il privilegio
del loro tempo. Mi avete fatto un dono speciale e spero di averlo in parte
ricambiato.
Mi ha fatto piacere parlare con
voi. Quel che vi ho detto rimarrà nel taccuino dei nostri ricordi.
In queste settimane, prima di addormentarmi, mi sono tornate in mente alcune
frasi e gli occhi di chi, un po’ confuso, fissava i miei. Per fortuna che la
mia Signora è sempre lì e con occhio (e orecchio) vigile mi mantiene in
carreggiata. A volte fa finta di giocare con la Bea, ma quando siamo in
pubblico, le sue antenne sono sempre ben alzate e captano le variazioni del
tono della mia voce a chilometri di distanza.
Come darle torto. Lei ne ha sentite di cotte e di crude e sa perfettamente di
quali disastri sono capace. Continua a ripetermi che, in fondo, alcune cose
possono anche sembrarle non così strampalate, ma io le dico in un modo così maldestro,
che poi uno manco ci prova ad ascoltarmi.
Tu non ti sai esprimere! Sì, ha ragione lei ed è
anche questo uno dei motivi per cui spesso preferisco starmene zitto.
Ad ogni modo penso di aver lasciato qualche ferito sul campo, anche questa
volta. E dir che ce la metto tutta. Parto sempre con le migliori intenzioni, ma
poi finisco sempre per “annientare la sostanza con la forma”.
Ecco allora che quando ho detto che tante
persone uno non se le sceglie, le subisce, non volevo offendere nessuno
semplicemente ribadire un concetto a me particolarmente caro.
Per quella che è stata la mia vita e per il posto dove sono cresciuto non
è che abbia fatto grandi scelte.
Inizi la scuola e ti ritrovi in una classe con sette alunni, te compreso.
Pensi che così sia tutto normale, anche perché tutti gli altri sei li conosci
bene fin dai tempi dell’asilo. E allora non è che tu abbia tanto da scegliere:
la vita ha scelto per te e in quella classe ti ha messo insieme a quei tuoi
compagni, che poi diventeranno gli amici della tua vita. Si perché poi quando te
ne vai in giro in bicicletta, a giocare al campetto della Chiesa o a fare le
prime sgommate in motorino, loro sono sempre lì con te e con te condividono la
scuola, il tempo libero e talvolta anche la famiglia.
Poi un bel giorno te ne esci dalla tua stradina di campagna e ti trovi al liceo,
dove anche lì la vita ci ha messo lo zampino. Ha scelto i nomi di quei compagni
che condivideranno con te una fetta importantissima del tuo cammino, ha scelto
i nomi dei professori, l’aula in cui passerete tutti insieme ore e ore e anche
il banco in cui andrai a sederti. Il campo è pronto, tu devi solo giocare: le
sorti della partita non dipenderanno quasi mai da te ma i segni sulle tue gambe
resteranno e un giorno ti farà persino piacere aver ricevuto qualche calcio.
Io sono convinto che in tutti questi casi, delle vere e proprie scelte non
le facciamo: le subiamo. Le subiamo nel
senso che non dipendono da noi ma che avranno su di noi influenze altissime
(fondamentalmente sono non-scelte).
I miei compagni di liceo me li ricordo tutti, ma non so quanti di loro
siano rimasti, probabilmente nessuno. Rimasti quelli di allora, intendo. Chissà
ora quanto il tempo e le esperienze li avranno cambiati. Probabilmente alcuni
di loro faticherei a riconoscerli. Eppure sono convinto che gli aspetti fondamentali
del loro carattere sono ancora lì, tutti integri, tutti legati ai loro nomi, ai
loro occhi.
Tanti momenti passati insieme ad ascoltare cose di cui solo oggi capisco
vagamente il senso. I compiti in classe, le interrogazioni ma anche le gite.
Per non parlare poi dei professori: odiati e amati. Uomini e donne messi di
fronte a noi da non si sa bene quale destino. Persone in carne ed ossa in mezzo
a ragazzi fatti di sogni.
Ricordo l’odore di pipa del mio professore
di filosofia e la discreta eleganza della professoressa d’italiano. Il perché
oggi io parli inglese come un gallese ubriaco lo devo alla mia professoressa di
letteratura inglese, ma sul fatto che ogni tanto mi ricordi ancora le tabelline,
non ci sono dubbi, è tutto merito della prof. di mate.
Forse di post non me ne basterebbero cento
per rivivere quei momenti, ma questa voleva solo essere una spiegazione del
fatto che molti episodi chiave della nostra vita, fondamentalmente non ce li
scegliamo, ma semplicemente li subiamo.
Il nostro venire alla luce non ce lo siamo scelto, ma scegliamo ogni giorno di tenerci ben stretta la nostra vita.
Ecco dunque quello che purtroppo ho dimenticato di dire: che tante persone uno non se le sceglie, le subisce, ma la vera scelta
sta nel tenerle o meno accanto a sé.
Non ho scelto mio padre e mia madre, loro
hanno scelto me. Non mi sono scelto i miei amici, li ho incontrati sulla strada.
Non ho deciso io chi sarebbero stati i mie compagni di liceo, mi sono apparsi
loro. Quello che però scelgo è tenere tutto questo con me. Scegliere di
rivedere quei rapporti sotto nuove luci. Rivedere cos'ero allora, cos'erano
loro in ogni fase della mia vita e accorgermi di ciò che sono. Perché se guardo
questa strada, poi mi accorgo anche dei passi che ho compiuto per percorrerla.
Capisco che da là sotto quella salita mi sembrava impossibile da affrontare,
mentre ora vorrei rifarla mille volte ancora.
Quel bambino col grembiule nero e il
caschetto biondo o quel ragazzino paffutello col gel tra i capelli ormai non ci
sono più. Ma ci sono stati. Sono stati i passi che mi hanno fatto arrivare ad
oggi con qualche segno intorno agli occhi e forse un po’ meno capelli. Io sono
cambiato passando attraverso di loro e osservando, senza accorgermene, il
cambiamento degli altri. Tutti quei bambini a scuola, quei ragazzi al liceo non
esistono più. Sono diventati gli uomini e le donne che camminano oggi in questo
mondo. Hanno lasciato, o presto lo faranno, il posto ai loro figli. Ma a me
piace pensare che ovunque si trovino adesso abbiano ancora, dentro di loro, i
frammenti di ciò che è stato. Schegge di quelle scelte che abbiamo, sì, subito
ma che oggi scegliamo di custodire nei nostri cuori.
Chiudo nella certezza che alcune delle
miei scelte restano ancora un punto interrogativo per alcuni dei miei amici.
Sicuramente si saranno dati le loro risposte, che hanno trovato un adeguato
posto in mancanza delle mie spiegazioni.
A volte le risposte arrivano quando meno ce
lo aspettiamo, altre volte bisogna andarle a cercare e molto spesso non
arrivano mai. Alcune cose penso di averle dette, per altre mi servirà più tempo.
Per tutti quelli che si sono sentiti abbandonati
posso dire che tornare e partire sono due parole che ultimamente
mi confondono, perché non riesco più a decifrare i luoghi verso cui muovermi. Ogni
volta il tempo si ferma all'incontro precedente. Tutto si blocca all'istante in
cui ci si saluta e poi quando ci si rivedere quei mesi o quell'anno si riflette
sulle persone in un istante. Ultimamente le persone invecchiano in pochi
secondi, probabilmente anch'io.
E poi fare il racconto di così tante cose in così poche ore è sempre difficile e spesso è meglio ripararsi dietro a discorsi più
leggeri. Ma non è sempre così. C’è chi spesso vuole provare ad andare oltre,
vuole fare un tentativo per vedere cosa c’è al di là dell’ovvio. Penso che chi
lo abbia fatto abbia trovato in parte quel che cercava.
Ora è meglio se me ne torno a incantarmi
davanti alla neve che scende piano. Fortunatamente ho imparato a scrivere
qualche post senza che la mia Signora se ne accorga e provveda a debita
censura.
La notte prima andavamo a letto con gli occhi che luccicavano. Contenti,
ansiosi, con la speranza di addormentarci in fretta e di svegliarci il prima
possibile.
Era la notte di Santa Lucia, che, a casa nostra, è sempre stata più emozionante
del giorno di Natale o di ogni altra festa.
Santa Lucia possiede per me un fascino tutto suo. Io son
cresciuto con la gioia di questa tradizione e ancor oggi mi scalda il cuore. Santa Lucia è sempre passata a trovare me e mio fratello anche negli ultimi anni. Posso dire, senza alcuna vergogna, che sulla groppa del suo asinello, si è sempre ricordata di noi, anche in tempi recentissimi.
La mattina ci svegliavamo e trovavamo il suo pacchetto in qualche angolo
della casa. C’era sempre un gran buio, la mattina del 13 Dicembre, e ricordo che da fuori
arrivava la luce azzurra della luna e il sole proprio non ne voleva sapere di
sorgere.
Esattamente in quella mattina così buia quei pacchetti brillavano di una
luce particolare.
Ora la bellezza di quel dono non stava tanto nel contenuto in sé, ma nel
pacchetto.
Carta di giornale, sacchetti di iuta e poi lo spago, la corda di canapa…
tutto profumava di un qualcosa che oggi non riesco a spiegare con la bruttura
della mie parole. Una cosa tipo le mani di una nonna o una tovaglia un po’
slesa lasciata in un cassetto. Quante storie, quanta storia in quel pacchetto.
C’era sì il dono, ma un regalo che sapeva di umiltà, così eccezionale proprio
perché del tutto non convenzionale. E poi c’erano tante parole in quei
biglietti, spesso il biglietto non c’era nemmeno, le parole erano scritte
direttamente sulla carta del pacchetto. Quel foglio di giornale legato con uno
spago acquistava un suo senso proprio.
Santa Lucia non ha mai voluto strafare, ha sempre ricercato l’essenza e la straordinarietà
delle piccole cose. Nei pacchetti qualche mandarino, cioccolate, pistacchi,
noci, semi di zucca e a volte qualche fico secco.
La sua bellezza stava nel fatto che passava sempre. Ogni anno ci si
chiedeva se ce l’avrebbe fatta, se ormai fossimo diventati bambini troppo
grandi, ma lei non si è mai curata più di tanto della nostra età anagrafica.
Per lei contavano altre cose…
Oggi è Santa Lucia anche in Svezia, e qui è una vera e propria istituzione.
Si parte coi Lussebullar, fatti di zafferano e uvetta fino ad arrivare alle
processioni per le strade con le candele accese e i bambini vestiti con la
tunica bianca.
Il giorno di Santa Lucia è come un ponte virtuale che mi lega nel tempo e nello spazio. Lega le mie case e il mio presente al mio passato.
Santa Lucia stanotte è passata a visitare la Bea e le ha lasciato un pensiero
ai piedi del letto. Era già passata anche negli anni precedenti, ma quest’anno
è stato diverso. La Bea ha capito. Ha preso coscienza, sicuramente anche
attraverso il regalo, di cosa sia Santa Lucia. Ha fatto il primo passo verso
una tradizione che manterremo viva nella nostra famiglia. Perché sì, sono
convito che siamo ciò che mangiamo, siamo la lingua che parliamo, ma siamo
anche la storia e le tradizioni che viviamo.
Siamo quelle mani di nonna levigate su un tagliere, siamo quelle macchie di
vino sulla tovaglia, siamo quella carta e quello spago.
Mi manca la mia Santa Lucia, ma mi fa piacere sentire quel piccolo vuoto,
perché solo delle cose migliori si sente la mancanza. Sono felice, allo stesso
tempo, che quel pacchetto ora sia lì ai piedi del letto di mia figlia. Che sia
lì a dire a lei che ci sarà sempre Santa Lucia, e a ricordare a me che c’è sempre
stata.
Grazie Santa Lucia, non sei mai passata invano, nulla è andato perso. Quei
pacchetti sono ancora tutti lì, al sicuro. Grazie per quelli che verranno.
qui è Novembre, uno dei mesi cruciali della Svezia, nel senso che se resisti
adesso, allora ce la puoi fare per tutto l’anno. Piove, il cielo è nero e c’è
buio. Già poco dopo le tre di pomeriggio si fa sera. La neve tarda ad arrivare e
le luci del Natale sono ancora lontane. Anche gli Svedesi manifestano un certo
grado di insofferenza in queste giornate così cupe. Molti di loro cercano un
momentaneo sollievo con qualche breve vacanza in posti decisamente più esotici.
Bene, ho risposto all’ultima tua domanda: com’è il tempo lì? Ora mi mancano solo tutte le altre. Sai, ti
avevo chiesto di poter raccogliere le idee e questo è quello che ho fatto. Ti
posso assicurare che in questi giorni ho pensato spesso alla tua mail… confuso.
Confuso da tanti pensieri.
Ora vedi, alla fine, mi sono deciso e ho voluto scriverti sul Blog perché
qui ci hai conosciuto.
All’inizio avrei voluto risponderti punto su punto. Sul lavoro, la casa,
l’asilo, il cibo, le amicizie e tutto quanto ti sarebbe interessato ma poi, poi
ho realmente pensato in che modo potevo esserti d’aiuto. Tutte le informazioni
che cerchi le puoi facilmente trovare in tantissimi siti internet o blog di
famiglie e persone che vivono in Svezia. E tra l'altro ti posso assicurare che
sono molto meglio di me a descrivere con dovizia di particolari i tecnicismi
del vivere qui.
Fondamentalmente potrei raccontarti questi quasi due anni di vita quotidiana, ma lo farei con i miei occhi e la visione che tu ne
avresti attraverso il filtro della carta (digitale) sarebbe in parte distorta.
Ti posso riassumere l’essenza del mio pensiero di fronte a quelli che io ho
appena definito i tecnicismi.
Per vivere in maniera normale con una famiglia DEVI avere un lavoro.
Per avere un lavoro DEVI parlare la lingua.
Per farlo DEVI studiare.
Sei e sarai sempre quello che sei, ovvero uno STRANIERO in mezzo ad altre
persone che potranno essere abitanti del posto o stranieri a loro volta. Questo
non lo puoi CANCELLARE e se anche volessi farlo sarebbe come voler cancellare ciò
che sei e quindi rinnegarti. Accettarlo e farne un punto di forza potrà solo
aiutarti.
La Svezia è un PAESE CIVILE e MODERNO che è arrivato con la sua storia fino
ad oggi. Ha tanti lati positivi e anche tantissime CONTRADDIZIONI. E’ parte di
un mondo incasinato e fa quel che può per non rimanerne schiacciata.
Quelli che per me potrebbero essere difetti sono pregi per altri e
viceversa.
Vuoi fare i CONFRONTI? Benvenuta, sarai in ottima compagnia.
ADATTARSI e MALINCONIA sono due parole con le quali dovrai fare i conti e
quando busseranno insieme dovrai essere ben preparata e avere le spalle larghe.
BABBO NATALE NON ESISTE! Si hai capito bene, sai la Svezia di Pippi
Calzelunghe, dei boschi verdi, dello stato sociale e tutti gli altri luogo
comuni che spopolano nel mainstream?! Esatto, tutta quella roba lì non esiste!
Molte delle cose che vengono idealizzate sono solo strumentalizzate dai molti
media per raggiungere obiettivi altri. Tante cose positive esistono tutt’ora ma
un conto è la realtà, un altro sono le favole. Si, esiste un signore con la
barba lunga e bianca vestito di rosso, ma non va di certo in giro su una slitta
volante a consegnare i doni a tutti i bambini del mondo. Spero tu abbia capito!
Per il resto tutto è soggettivo. Alcuni si lamentano della chiusura (intesa
come riservatezza) delle persone, pensa che gli Svedesi dicono a me che sono una
persona introversa. Questo per dirti che a me la loro riservatezza non da
nessun fastidio, c'è invece chi non la sopporta. E poi ci sarebbe da parlare del clima ma anche in questo caso
dopo aver passato trent’anni in mezzo alla nebbia e all’afa padana, beh,
l’inverno e l’estate svedesi ti fanno sorridere.
Ecco, mi fermo qui perché alla fine non è di questo di cui vorrei parlarti.
Penso che se tu desideri veramente la Svezia, tutte le informazioni che ti
interessano le puoi facilmente trovare e soprattutto penso sia anche molto
propedeutico che tu inizi a spulciare siti in lingua svedese, giusto per capire
che quello diventerà il tuo pane quotidiano per parecchio tempo. Come dire: io
credo molto nell’auto apprendimento e nella propedeuticità dei propri errori.
E allora, di cosa mi
vuoi parlare? - ti chiederai tu. Beh, vorrei solo rispondere a quell’unica domanda che ti
ho fatto: tu che cosa cerchi?
Ecco a cosa ho pensato per tutta questa settimana… cosa ho cercato e cosa continuo
a cercare io.
Potrei risponderti che ho cercato un miglioramento
per la mia vita e quella della mia famiglia, similmente a come mi hai risposto
tu, ma cosa vorrebbe dire un miglioramento…cos'è una vita migliore?
Sai, se guardo alla cose materiali, se dovessi fare un mero bilancio di cosa
ho lasciato e di cosa ho trovato, lasciamo stare non c’è storia. Se ti dicessi
che ho lasciato il sogno di ogni famiglia tipica italiana, probabilmente non mi
crederesti ma io insisterei col farti vedere la mia casa in campagna con il
giardino sempre curato, le macchine nel garage, le biciclette per le passeggiate
e le sdraie e l’ombrellone per l’estate, la cucina laccata e il condizionatore.
Due ottimi lavori, le partite di calcio il venerdì. Nonni, bisnonni, zii e
cugini sempre pronti a dare una mano e poi gli amici, le nostre pizzate e le
grigliate d’estate. Potrei continuare per ore e poi dirti che allo stesso tempo
non ho trovato il sogno svedese qui ad accogliermi (le famose tre V: Villa,
Volvo, Vovve). Ho trovato, invece, un condominio fatiscente con un appartamento
che ha più anni di me, la lavanderia in un edificio a dieci metri da casa,
qualche ubriaco in ascensore e ogni tanto la macchina della polizia che viene a
raccogliere qualche drogato. L’autobus alla mattina e l’SFI alla sera, dove,
guardandoti intorno, ti accorgi di essere l’unico leggermente pallido rispetto a un mare di Siriani, Somali o Iracheni
che spesso e volentieri litigano tra di loro su questioni sconfinatamente
futili. Ho trovato i mille problemi della società moderna: con i negozi
sfavillanti e i medicanti davanti.
D’accordo, non vado oltre perché fondamentalmente sai perfettamente di cosa
parlo. Chi non te lo racconta, mente. Perché chi tace una verità, mente!
La mia qualità della vita è peggiorata?? Molti ti direbbero di si, io ti garantisco
che non è mai stata così alta. Perché non ho perso nulla, ho guadagnato tutto!
Che tu ci creda o no, non sono quelle COSE che mi mancano. Non sono quelle
cose che desidero riavere. Non mi manca niente perché quello è niente. Le
pietre di una casa, rimangano pietre. Erano polvere prima che io nascessi e
polvere saranno quando me ne andrò. Non parlano, non amano non odiano, non
piangono né sorridano. Tu puoi anche dirmi che quelle pietre, una sopra l’altra
hanno fatto una casa, piena di ricordi e di bei momenti… i ricordi non sono
nelle pietre, ma nel mio cuore. I ricordi si muovono con me e mi sorreggono
quando c’è bisogno. Quelle sono e rimangono cose, sta poi a noi decidere il
valore che devono avere nella nostra vita.
Potrei desiderare una villa sul lago con i fiori sul vialetto, una Volvo
sotto alla tettoia e il cane che scorrazza in giardino. Potrei sognare le
vacanze in Grecia d’estate e in Norvegia d’inverno a sciare. Poi poteri volere
un nuovo cellulare perché, quello che ho, ha già un anno di vita. Una macchina
più grossa perché la sacca da golf nuova che ho preso non si abbina con gli
interni. E poi c’è l’estetista e il corso di pilates di mia moglie e le lezioni
di equitazione per mia figlia, quelle di tennis, quelle di nuoto quelle di
pattinaggio, quelle di danza e… e… e…
E’ questa la qualità della vita? E’ questo che dovrebbe giustificare il mio
essere? E questo che darebbe la misura della mia esistenza e della mia
realizzazione come persona?
A volte mi terrorizza che questo, che molti definiscono sogno, possa
permeare nel cuore di mia figlia e renderla schiava. Schiava di bisogni che non
ha, di sogni che non sono i suoi, di una vita che non sarà tale fino a quando
sarà spesa nella rincorsa di COSE.
Per tutti questi motivi e per questo mio modo di pensare, mi sono sempre
sentito straniero in Italia. Una persona in silenzio, come chi non può parlare
perché non consce la lingua. Poi un giorno ho deciso che se proprio avessi
dovuto continuare a sentirmi straniero allora lo avrei fatto lontano dalla mia
casa, e quindi sono venuto qui.
Non mi manca niente, anzi continuo a credere di aver ricevuto troppo.
A dire il vero, forse qualcosa mi manca… mi manca il profumo dell’erba
appena tagliata. L’odore del fumo di foglie bruciate, il suono delle campane.
Tu, sorridendo, penserai che queste sono forse cose di poco conto, io ti posso
assicurare che, quando ci penso, a stento trattengo le lacrime per la forza con
cui questi ricordi arrivano nello stomaco. Quante macchine, case o quant’altro
scambierei per quei profumi!
E infine arriviamo al miglior stile di vita, per noi, ma soprattutto per i
nostri figli. Si perché ovviamente vogliamo sempre il meglio per loro. Il
futuro più radioso (e glorioso) della storia, proprio quando la storia ha
deciso che fosche nubi si addenseranno all’orizzonte.
Qualcosa di migliore, qualcosa di unico, insomma qualcosa in più,
infondendo in loro quel primordiale desiderio del non accontentarsi mai. La
rincorsa perenne verso un orizzonte che si sposta sempre più velocemente. E il
presente non esiste e viviamo nella proiezione di noi stessi in un futuro che
spesso esiste solo nella nostra immaginazione. E cosa succede quando tutto il
desiderabile non può essere raggiunto? Quando la realtà bussa? E ti assicuro che non la puoi fare aspettare...
Cerchiamo le migliori scuole, le migliori università (sulla base di quali criteri
non è mai troppo chiaro), salvo poi scoprire che il sistema pedagogico italiano
è preso a modello proprio da quei paesi che noi giudichiamo migliori.
Vediamo nostro figlio come l'ingegnere che costruirà ponti in grado di collegare i continenti e nostra figlia come il medico che sconfiggerà
il cancro. Il sogno di ogni madre o padre. Nessuna madre però vede in
quell’ingegnere l’uomo che progetta le armi chimiche che ogni giorno cadono in
ogni angolo dimenticato di questo mondo. Oppure una psicologa che imbocca di
antidepressivi quei centinaia di malati che la società produce ogni giorno.
Un esercito di tecnici, super specializzati in grado di entrare nel mondo
del lavoro in tempo zero. Legioni di ingegneri, architetti, softweristi,
controller, operatori di borsa… istruiti, istruitissimi! Ligi al proprio
lavoro, realizzati ogni giorno per aver aumentato i guadagni loro e della loro
azienda, per aver sfornato sempre più auto, costruito sempre più case, diffuso
sempre più apps, venduto sempre più derivati. Perché non ce nulla di male, ci
pagano per questo… per aumentare la produttività, accrescere l’efficienza…
incrementare esponenzialmente la nostra deficienza. Invadere il mondo di sempre
nuovi prodotti. E non importa se molti di questi non servono a niente o nessuno
vuole comprarli, ci pensa la nostra cara e amatissima TV (teven, alla svedese) a iniettarci
la quotidiana dose di desiderio indotto. E la Svezia non è immune a questo virus!
Ma lo facciamo in nome di un futuro migliore… perché ai nostri figli non
manchi mai nulla. Perché devono essere sempre felici. Non importa se poi li
facciamo crescere ad altri perché noi siamo troppo impegnati a “portare a case
la pagnotta”. Quel pane che ci riempie la pancia.
E' questa l’istruzione che cerchiamo? Il mito dell’avere?! La rincorsa
all’apparire?!
Perché se questo è il miglioramento che intendi, il mondo ne è strapieno e
lo puoi trovare in ogni paese senza per forza venire in Svezia.
Esistono elenchi dei professionisti maggiormente richiesti nei paesi
Scandinavi, come del resto in tutta Europa. Controlla se ai primi posti
figurano docenti di letteratura o filosofia, professori di musica, registi,
artisti, intellettuali… l’incubo di ogni madre o padre.
Punti di vista.
Ora che ti ho portato fino a qui, ti devo qualcosa, e quindi ti dico cosa
ho trovato, così potrai trarre tu le tue conclusioni.
Ho trovato la storia del mio paese. Letta a notte tarda su pagine di libri
che le scuole non fanno più studiare. Ho letto tanto e ho cercato di capire
tutto il male che le stanno facendo. Perché domani mia figlia verrà da me e mi
chiederà il conto. Lo farà semplicemente con un perché. E io dovrò saper rispondere a quel perché e non potrò
sottrarmi dallo spiegarle il perché il suo nome è diverso da quello dei suoi
compagni di scuola, il perché lei parla una lingua che non è la stessa e
soprattutto perché continuano a chiamarla Italiana.
Ho trovato tanti, tantissimi dubbi. Più di quanti ne potessi immaginare. Ma
da quei dubbi è nata la forza per cercare risposte. Mi sono sempre messo alla
prova. Mia moglie dice che mi complico sempre la vita. Io sfido e logoro me stesso! Si è
vero, ma in quella sfida cerco chi sono. A volte ho trovato. Spesso mi sono
perso. Il giorno in cui mi sfiderò con sfide che sarò sicuro di vincere, sarà
il giorno in cui avrò smesso di essere me stesso.
Ma se parlo così, con tutta questa superbia, è perché in tutto questo sali
e scendi ho trovato ciò che realmente mi sorregge e mi spinge.
Mia moglie e mia figlia.
Senza mia moglie probabilmente non staresti nemmeno leggendo queste
parole. Senza di Lei non mi sarei mai rialzato quando, piegato in due sulle
ginocchia, guardavo dal basso l’asticella che troppo in alto avevo spostato.
Senza di Lei molto di tutto questo non ci sarebbe. A volte penso che ci debbano
essere altri motivi per cui si ostini a seguirmi. Io ci provo a convincermi che
ci sia qualcos’altro, perché nell’istante in cui realizzo che lo fa solo per
quella cosa che chiamiamo Amore, beh, in quell’istante io mi perdo e mi sento
infinitamente piccolo. Si, piccolo di fronte alla grandezza dei suoi
sentimenti, alla sua tenacia nell’accettarmi così come sono, nel venirmi sempre
in aiuto ogni volta che vado oltre il limite. Sono infinitamente
irriconoscente, perché sono certo che non riuscirò mai a ripagare tutto questo.
E se Lei mi sostiene, mia figlia mi spinge. Mi spinge a studiare la sera
tutte le parole nuove che impara all’asilo. Mi spinge a superare la mia
chiusura. Mi spinge a darle l’esempio e a farle vedere che non c’è nulla di
male nella sua timidezza.
Mia figlia ogni sera non vuole sapere se è stata una brutta giornata o il
perché ho fatto tardi. Mia figlia vuole prendere per mano quel bambino di tre
anni che lei chiama papà e vuole
giocare con lui fino ad addormentarsi.
La scorsa settimana ho anche trovato questa:
Una canzone che mi avevano fatto ascoltare durante le prime lezioni di SFI. E’
tornata mentre ero in macchina e per alcuni minuti mi sono sentito felice.
Felice perché capivo il testo e le parole. Perché non mi sembrava vero di
essere in grado di ripetere, quasi a memoria, il ritornello.
Perché quando sai quanta fatica hai fatto, allora sai anche quanto grande è
la soddisfazione.
Ho trovato anche tante persone nuove che prima non conoscevo. Di tante
nazionalità, colori e costumi. Le ho ascoltate e loro hanno ascoltato me. Mi hanno
fatto riflettere e capire in quanti siamo a trovarci ora adesso su questa palla
blu. Ho trovato tanti punti di vista, che un poco alla volta hanno modificato
il mio.
Ma alla fine hai trovato
quello che cercavi? Non lo so!
Sicuramente ho cercato e ho trovato qualcosa, ma non so dirti se sia tutto.
Ho avuto alcune risposte. Tantissime domande ancora aspettano.
Di una cosa però sono certo: ho cercato! Nessuno mi ha costretto, nessuno me lo ha fatto fare.
Ho voluto, ho deciso, ho cercato.
Cosa ci sia dietro questa volontà a volte me lo domando ancora. Penso che
dietro alla mia volontà, ci sia solo altra volontà. Volontà di conoscere, di
capire, di cercare e scoprire.
Ecco ora, avrai sicuramente le idee più confuse e magari non avrai ricevuto
le informazioni che cercavi, ma ti rimane il tuo sogno. Indipendentemente da
dove tu voglia realizzarlo. Che sia Svezia, Italia o semplicemente il paesino
in cui abiti lo sai solo tu dove lo realizzerai. L'unico consiglio che ti do è
quello di informati il più possibile. Informati sulla Svezia e magari questo Blog non è il posto migliore in cui farlo anche perché, ti ricordo, è scritto da persone che abitano qui da
meno di due anni. Ci sono persone che la Svezia l’hanno vista cambiare nei
decenni, queste sono le porte che devi bussare se veramente ti interessa capire
cose succede da queste parti. Ma informati anche sul tuo paese, su quell’Italia
che vorresti lasciare per un po’. Ti assicuro che sotto a quello strato di
fango, che continuamente le viene gettato addosso, ti potrà riservare tante
sorprese. Il resto è solo dentro di te.
Ecco con questo post metto definitivamente a repentaglio il mio matrimonio,
la mia stabilità famigliare e forse anche parte della mia futura esistenza.
Ma come si sul dire: ildestino premia gli audaci, quindi oggi
voglio essere audace.
Questo è il frutto del lavoro della mia Signora. Dopo poco più di un anno
di studi di svedese ieri ha consegnato questo alla sua insegnate, la quale si è
espressa in questo modo:
"Ilaria,Jag tror att det bor en liten poet i dig. Du beskriver väldigt målande och jag tycker att du förmedlar en känsla som är både lite vemodig men ändå full av framtidstro och styrka. Jag tycker att särskilt om dina metaforer."
Vi pubblico la sua opera:
Till dig som vill lämna en tråkig hemland
Packa alla dina grejer
och
Glöm bort alla vanliga färger.
Säg hej då på ditt kära språk
och
Välkomna en ny okända ort.
Kom ihåg alla goda
smaker
Gör ny plats för många nya saker.
Om du ska inte få nya
vänner
Ta det lugnt
Ibland det händer.
Bli redo att träffa
många svårigheter
Glöm inte alla hemligheter.
Gör allt fört som hälst
Finns alltid en snabbare häst.
Flytt ifrån ditt hemland
Men först
Fyll din ficka med många
pengar.
Premesso che io, oggi, non saprei scrive due righe in rima baciata in
italiano (fatto salvo per la solita sole-cuore-amore), la cosa più stupefacente
non è solo che Lei è riuscita a farlo in svedese, ma soprattutto è riuscita a
esprimere con una semplicità sconcertante il nostro sentirci emigrati.
Si, lo ammetto noi siamo persone semplici, senza grandi pretese. Ci mimetizziamo
bene tra la folla, manteniamo un profilo basso e molto spesso ci accontentiamo
delle piccole cose. Ma sappiamo anche capire quando una cosa è importante e
quando merita di essere valorizzata per tutta la sua importanza.
Queste poche righe, che molto probabilmente potranno far sorridere i puristi, sono il raggiungimento di un
altro piccolo traguardo…e solo noi sappiamo quanto impervia è stata la via per
arrivare fin qui.
Ila, sono rimasto senza
parole quando me l’hai letta la prima volta e ancora adesso rimango stupito.
Appena avrai finito di leggere questo post (che ovviamente ho scritto a tua
insaputa), ti prego di non prendere decisioni affrettate. Primo perché sai
benissimo che l’ho fatto a fin di bene e secondo perché mi devi ancora aiutare
a tradurre tutto quello che mi chiede la Bea quando mi parla in svedese!!!
Voi non potete capire quanto enorme sia la mia frustrazione ogni volta che
mia figlia mi mette alla prova con nuove parole e mia moglie che se la ride
mentre guarda la mia faccia da beota con sopra un enorme punto interrogativo.
PS. Non ho tradotto volutamente per non rovinarla, ad ogni modo il nostro Google Translator funziona perfettamente!