venerdì 28 febbraio 2014

... e se in fondo non avessimo nulla da temere.

Poco prima di partire, ricordo di essere passato in macelleria da Gianni. Sentii il campanello della porta suonare mentre lenta si chiudeva dietro di me.

Quel suono mi riportò indietro. Lontano, lontano, a quando da bambino entravo da quella stessa porta stringendo la mano di mio padre e nell'altra quella di mio fratello.


Avevamo appena fatto colazione al bar degli zii, lì di fianco. 
Ivan ci aveva salutato coi suoi baffi e, mentre mangiavamo un pezzo di erbazzone, mio padre aveva annerito col pennarello la schedina del totocalcio.
Poi tutti da Gianni, che, nel vederci, ci sorrideva con gli occhi.


Erano passati tanti anni, ma lui, quella sera, era ancora lì col suo sorriso buono. Quella sera c’ero io in quella macelleria e nella mia mano stringevo quella di mia figlia.



Gianni ci salutò con la sua spontaneità e poi mi chiese:
Allora, è vero che partite?
Gli risposi di sì e lui subito:
E quando pensate di tornare?
Non lo so – gli dissi – non lo so. Oggi so che partiremo, ma non ho la minima idea di cosa ci riserverá il futuro.
Non ti preoccupare – mi disse ­ non hai nulla da temere!
Gli risposi:
Grazie Gianni, ad ogni modo sono certo che quando torneremo, se torneremo, avremo imparato a capire ed apprezzare tutto quello che oggi ci accingiamo a lasciare.
Gianni, chinò la testa mentre alcune fettine si appoggiavano piano piano sul bancone.

Qualche secondo di silenzio.

Poi sorrise di nuovo e mi ripeté:
Non hai nulla da temere!



Oggi, entrando in macelleria, farei un bel sorriso a Gianni e gli direi che alcune cose le ho capite, altre le ho solo intuite e tantissime continuano a darmi il tormento, ma di una cosa sono sicuro: apprezzo ogni frammento che mi sono lasciato alle spalle. Apprezzo le persone buone, i gesti sinceri, le cose genuine.

Spesso si desidera ciò che si è perso e, quando poi lo si ritrova, lo si stringe a sé per non smarrirlo di nuovo.
Ogni volta che io ritrovo ciò che spesso mi manca, lo stringo forte. So che presto dovrò lasciarlo nuovamente e quindi ne colgo ogni attimo.


Un etto di cotto, un paio di fettine di vitello, macinato e tre braciole di maiale.
Uscii dalla macelleria riascoltando quel campanello che mi aveva riportato a quando ero bambino. Sorrisi dentro di me, mentre stringevo la mano della Bea, ripensando che forse non avevamo nulla da temere!










… e siamo arrivati a DUE.


martedì 25 febbraio 2014

Sparta e Atene

Avete presente la Grecia antica quella dei filosofi, la culla del sapere, la patria di Omero, sì proprio quella. Ecco, la nostra famiglia è un po’ come la Grecia di allora solo che noi siamo Sparta e tutt'intorno c’è Atene.

Si è vero noi siamo una famiglia con delle regole. Tante regole.

A Sparta vigono le regole e le regole vanno rispettate. Un soldato di Sparta rispetta sempre le regole!

E così noi abbiamo il nostro decalogo, che non è altro che la trasposizione orale di quello che a suo tempo ci è stato insegnato.

Ora però, si da il caso che la nostra piccola guerriera spartana abbia un suo decalogo personale che comincia più o meno in questo modo:
regola numero uno: ogni regola può essere infranta!

La signorina sta diventando furba, furbissima. Ora vi racconto…

L’altra sera, mentre mangiavamo tutti insieme, nella calma della nostra cucina, la Bea fa una puzzetta roboante che quasi ci spaventa.
Noi, quasi intimoriti dal rumore, ci abbiamo messo una decina di secondi per capire cosa fosse successo e poi siamo intervenuti.

Io:            Bea, ci sono delle regole! A tavola certe cose non si fanno.
Mamma:   E poi puoi anche chiedere scusa!? Vero?
Bea:      Mamma, adesso non posso chiedere scusa, perché sto mangiando e ho la bocca piena e quindi non posso parlare!

Ecco in un secondo è riuscita a zittirci tutti e due usando le nostre stesse regole e senza che noi potessimo dirle nulla.


Negli istanti che sono seguiti ho capito che nulla potrà la forza di Sparta contro l’intelligenza di Atene. 

Ci sarà da lottare.

domenica 2 febbraio 2014

Padre & Figlia

Bea sai che giorno è oggi?
È Saaabbbbatooooo!!! Evviva!!!

La Bea adora il Sabato, in realtà a lei piacciono tutti e due i giorni del fine settimana, ma a casa nostra ci sono due sabati dato che la Domenica non è ancora entrata nel suo vocabolario corrente.
Ad ogni modo, sarà che ci alziamo con calma, ci facciamo un bel cappuccio, un cornetto tutti insieme. Sarà che il Papà non urla sempre come un pazzo perché siamo in ritardo e gli tocca sempre di arrivare in ritardo. Sarà che ce ne stiamo in pigiama fino alle dieci e mentre la Mamma fa la spesa noi puliamo casa e facciamo un po' di faccende. Sarà che ce la spassiamo con mille giochi insieme e sarà anche per le infinite storie che ci inventiamo… beh sarà per quel che sarà, ma la Bea il Sabato è proprio contenta!

Ieri per esempio siamo andati al vivaio a cercare un sostituto per il suo fiore che, purtroppo, non si è sentito tanto bene nell'ultimo periodo. E allora abbiamo pensato di mettergliene di fianco un altro nella speranza che con un po' di compagnia si possa riprendere (non penso ce la farà visto che si è ormai ridotto a un mucchio di sola terra e radici, ma questo alla Bea non l'ho ancora detto). 
Questo è quello che lei ha scelto personalmente, bello vero?

  
In queste ultime settimane poi, la Mamis - come la chiama lei - è parecchio impegnata (vedi alla voce: svenska, engelska, kemi, fysik, biologi) e noi ci siamo dedicati ad alcune attività padre-figlia… e quando io e la Bea siamo fuori dalla portata del radar, ne combiniamo sempre delle belle.

Dopo alcune uscite con la pulka siamo dovuti correre ai ripari. Dato che la signorina nonhopauradiniente ha iniziato a gettarsi da veri e propri dirupi senza curarsi della velocità, ci siamo dovuti procurare qualche equipaggiamento di sicurezza: un casco integrale di quelli da discesa libera taglia XXXS. Convincerla a non fare quelle discese era pressoché impossibile e quindi l’alternativa era il casco. I soliti Italiani iper-apprensivi!!!

La Domenica invece ci aspettano le amiche della danza. Un gruppo di biondissime monelle tra i tre e i quatto anni che con i loro tutù rosa si rincorrono per mezz'ora in palestra, cantando ballando e ogni tanto scontrandosi tra loro. Ognuna esibisce con grande orgoglio il proprio completino, corredato di ballerine e per ogni atleta che si rispetti, una luccicante borraccia per reintegrare la perdita di liquidi che tutto quel movimento causa loro. 


La cosa bella è che alle lezione di danza ci sono molti più Pappini (così è come mi chiama lei) che Mamis. Le mamme dopo la prima lezione si erano già scambiate il numero di cellulare e ogni volta si organizzano in una maratona di chiacchiere ininterrotte. I papà, invece, si salutano a malapena e poi si ignorano reciprocamente. Loro contemplano la meraviglia di quella mezzora di silenzio che dovrebbe essere tale se non ci fosse quel gruppo di individui di sesso femminile in perenne assetto da comizio.



Ora fin qui tutto normale, salvo il fatto che la Bea ha la (S)fortuna di avere un padre come me e come si suol dire: tale padre, tale figlia. A causa del mio interesse per alcuni mezzi di locomozione, la Bea ha sviluppato un vero e proprio amore per tutta una serie di giochi. Nell’ordine ci sono i trattori, le mietitrebbie, le pale gommate, le scavatrici, i cingolati, ecc... si insomma tutte cose non proprio così femminili. Ad ogni modo poco importa. La Bea riconosce a centinai di metri di distanza il suono di un traktor e se poi non riesce a vederlo si arrabbia moltissimo.
Ogni sera ci addormentiamo con il riassunto della mia giornata lavorativa e lei vuole sapere quanti mezzi ho rotto (e poi aggiustato) in officina. Vuole tutti i dettagli, per esempio, se si è rotto il motore o una ruota, se poi sono riuscito a sistemarlo o se è ancora fuori uso.

Domenica scorsa il tempo era brutto, la pulka era a riposo e la lezione di danza non era stata entusiasmante, serviva quindi qualcosa per rivitalizzare la giornata.
Ecco allora che io e la mia ballerina ce ne siamo andati al museo. Si ma micca un museo qualunque: siamo andati qui, al Munktellmusseét di Eskilstuna, sede della più grande collezione di mezzi da lavoro usciti dai capannoni della Bolinder-Munktell AB. 


Tutti mezzi restaurati fedelmente e tutti funzionanti. Insomma il riassunto della meccanizzazione agricola Made by Sweden (tanto per parafrasare una pubblicità che sta spopolando qui in Svezia in queste settimane).


La cosa bella è che il gruppo che gestisce il museo, un vero e proprio club di esperti (ex-dipendenti e amanti del genere), ogni volta che vede arrivare un bambino quasi impazzisce dalla gioia (fondamentalmente essendo anche loro bambini dentro voglio condividere con altri simili la felicità dei loro giocattoli). Vi lascio immaginare quando hanno visto entrare una bambinA con gli occhi spalancati davanti a tutti quei trattori. C’è mancato poco che non accendessero il motore a reazione che stanno risistemando nell'officina del museo.

Il museo ha anche una peculiarità: il cartello "vietato toccare" non esiste, anzi si può salire su tutti i mezzi a patto di fare un po’ di attenzione. Noi non ce ne simo fatti scappare nemmeno uno. A fine giornata la Bea sapeva la differenza tra il pedale dell'acceleratore e quello del freno, ma non solo, sapeva come azionare la benna di una pala gommata o come alzare il braccio di uno scavatore. Mi fermo qui altrimenti poi penserete che siamo tutti matti (si forse c’abbiamo un po' il pallino).

Sulla via di casa ci siamo ripromessi di tornare al museo il prima possibile e di portarci anche la Mamis, così si fa un giro in trattore  anche lei .



A me i nostri sabati piacciono tanto, Stella Mia!
Anche uno solo di questi giorni sarebbe sufficiente per ripagarmi di tutti gli sforzi (che poi tanto grandi non sono mai stati). Alla sera mi passo tra la mente le foto della mia campionessa con le sue scarpe da ballo, o mentre guida i suoi trattori, e mi addormento con un bel sorriso, meraviglioso quanto il suo mentre cresce in mezzo a noi.


Buona vita.

domenica 19 gennaio 2014

Amici Miei

Dopo tanto silenzio ho di nuovo avuto occasione di parlare con altre persone. Con parlare intendo non semplicemente aprire la bocca ed emettere suoni, ma poter esprimere un pensiero o una riflessione che solitamente mi guardo bene dal far uscire da dentro di me.
Ringrazio davvero di cuore le persone che mi hanno concesso il privilegio del loro tempo. Mi avete fatto un dono speciale e spero di averlo in parte ricambiato.

Mi ha fatto piacere parlare con voi. Quel che vi ho detto rimarrà nel taccuino dei nostri ricordi.

In queste settimane, prima di addormentarmi, mi sono tornate in mente alcune frasi e gli occhi di chi, un po’ confuso, fissava i miei. Per fortuna che la mia Signora è sempre lì e con occhio (e orecchio) vigile mi mantiene in carreggiata. A volte fa finta di giocare con la Bea, ma quando siamo in pubblico, le sue antenne sono sempre ben alzate e captano le variazioni del tono della mia voce a chilometri di distanza.
Come darle torto. Lei ne ha sentite di cotte e di crude e sa perfettamente di quali disastri sono capace. Continua a ripetermi che, in fondo, alcune cose possono anche sembrarle non così strampalate, ma io le dico in un modo così maldestro, che poi uno manco ci prova ad ascoltarmi.
Tu non ti sai esprimere! Sì, ha ragione lei ed è anche questo uno dei motivi per cui spesso preferisco starmene zitto.

Ad ogni modo penso di aver lasciato qualche ferito sul campo, anche questa volta. E dir che ce la metto tutta. Parto sempre con le migliori intenzioni, ma poi finisco sempre per “annientare la sostanza con la forma”.
Ecco allora che quando ho detto che tante persone uno non se le sceglie, le subisce, non volevo offendere nessuno semplicemente ribadire un concetto a me particolarmente caro.

Per quella che è stata la mia vita e per il posto dove sono cresciuto non è che abbia fatto grandi scelte.

Inizi la scuola e ti ritrovi in una classe con sette alunni, te compreso. Pensi che così sia tutto normale, anche perché tutti gli altri sei li conosci bene fin dai tempi dell’asilo. E allora non è che tu abbia tanto da scegliere: la vita ha scelto per te e in quella classe ti ha messo insieme a quei tuoi compagni, che poi diventeranno gli amici della tua vita. Si perché poi quando te ne vai in giro in bicicletta, a giocare al campetto della Chiesa o a fare le prime sgommate in motorino, loro sono sempre lì con te e con te condividono la scuola, il tempo libero e talvolta anche la famiglia.



Poi un bel giorno te ne esci dalla tua stradina di campagna e ti trovi al liceo, dove anche lì la vita ci ha messo lo zampino. Ha scelto i nomi di quei compagni che condivideranno con te una fetta importantissima del tuo cammino, ha scelto i nomi dei professori, l’aula in cui passerete tutti insieme ore e ore e anche il banco in cui andrai a sederti. Il campo è pronto, tu devi solo giocare: le sorti della partita non dipenderanno quasi mai da te ma i segni sulle tue gambe resteranno e un giorno ti farà persino piacere aver ricevuto qualche calcio.
Io sono convinto che in tutti questi casi, delle vere e proprie scelte non le facciamo: le subiamo. Le subiamo nel senso che non dipendono da noi ma che avranno su di noi influenze altissime (fondamentalmente sono non-scelte).

I miei compagni di liceo me li ricordo tutti, ma non so quanti di loro siano rimasti, probabilmente nessuno. Rimasti quelli di allora, intendo. Chissà ora quanto il tempo e le esperienze li avranno cambiati. Probabilmente alcuni di loro faticherei a riconoscerli. Eppure sono convinto che gli aspetti fondamentali del loro carattere sono ancora lì, tutti integri, tutti legati ai loro nomi, ai loro occhi.
Tanti momenti passati insieme ad ascoltare cose di cui solo oggi capisco vagamente il senso. I compiti in classe, le interrogazioni ma anche le gite. Per non parlare poi dei professori: odiati e amati. Uomini e donne messi di fronte a noi da non si sa bene quale destino. Persone in carne ed ossa in mezzo a ragazzi fatti di sogni.
Ricordo l’odore di pipa del mio professore di filosofia e la discreta eleganza della professoressa d’italiano. Il perché oggi io parli inglese come un gallese ubriaco lo devo alla mia professoressa di letteratura inglese, ma sul fatto che ogni tanto mi ricordi ancora le tabelline, non ci sono dubbi, è tutto merito della prof. di mate.
Forse di post non me ne basterebbero cento per rivivere quei momenti, ma questa voleva solo essere una spiegazione del fatto che molti episodi chiave della nostra vita, fondamentalmente non ce li scegliamo, ma semplicemente li subiamo.

Il nostro venire alla luce non ce lo siamo scelto, ma scegliamo ogni giorno di tenerci ben stretta la nostra vita. Ecco dunque quello che purtroppo ho dimenticato di dire: che tante persone uno non se le sceglie, le subisce, ma la vera scelta sta nel tenerle o meno accanto a sé.

Non ho scelto mio padre e mia madre, loro hanno scelto me. Non mi sono scelto i miei amici, li ho incontrati sulla strada. Non ho deciso io chi sarebbero stati i mie compagni di liceo, mi sono apparsi loro. Quello che però scelgo è tenere tutto questo con me. Scegliere di rivedere quei rapporti sotto nuove luci. Rivedere cos'ero allora, cos'erano loro in ogni fase della mia vita e accorgermi di ciò che sono. Perché se guardo questa strada, poi mi accorgo anche dei passi che ho compiuto per percorrerla. Capisco che da là sotto quella salita mi sembrava impossibile da affrontare, mentre ora vorrei rifarla mille volte ancora.
Quel bambino col grembiule nero e il caschetto biondo o quel ragazzino paffutello col gel tra i capelli ormai non ci sono più. Ma ci sono stati. Sono stati i passi che mi hanno fatto arrivare ad oggi con qualche segno intorno agli occhi e forse un po’ meno capelli. Io sono cambiato passando attraverso di loro e osservando, senza accorgermene, il cambiamento degli altri. Tutti quei bambini a scuola, quei ragazzi al liceo non esistono più. Sono diventati gli uomini e le donne che camminano oggi in questo mondo. Hanno lasciato, o presto lo faranno, il posto ai loro figli. Ma a me piace pensare che ovunque si trovino adesso abbiano ancora, dentro di loro, i frammenti di ciò che è stato. Schegge di quelle scelte che abbiamo, sì, subito ma che oggi scegliamo di custodire nei nostri cuori.



Chiudo nella certezza che alcune delle miei scelte restano ancora un punto interrogativo per alcuni dei miei amici. Sicuramente si saranno dati le loro risposte, che hanno trovato un adeguato posto in mancanza delle mie spiegazioni.
A volte le risposte arrivano quando meno ce lo aspettiamo, altre volte bisogna andarle a cercare e molto spesso non arrivano mai. Alcune cose penso di averle dette, per altre mi servirà più tempo. Per tutti quelli che si sono sentiti abbandonati posso dire che tornare e partire sono due parole che ultimamente mi confondono, perché non riesco più a decifrare i luoghi verso cui muovermi. Ogni volta il tempo si ferma all'incontro precedente. Tutto si blocca all'istante in cui ci si saluta e poi quando ci si rivedere quei mesi o quell'anno si riflette sulle persone in un istante. Ultimamente le persone invecchiano in pochi secondi, probabilmente anch'io.
E poi fare il racconto di così tante cose in così poche ore è sempre difficile e spesso è meglio ripararsi dietro a discorsi più leggeri. Ma non è sempre così. C’è chi spesso vuole provare ad andare oltre, vuole fare un tentativo per vedere cosa c’è al di là dell’ovvio. Penso che chi lo abbia fatto abbia trovato in parte quel che cercava.

Ora è meglio se me ne torno a incantarmi davanti alla neve che scende piano. Fortunatamente ho imparato a scrivere qualche post senza che la mia Signora se ne accorga e provveda a debita censura.

Ad ogni modo grazie a tutti.


A presto.

giovedì 12 dicembre 2013

La nostra Santa Lucia

La notte prima andavamo a letto con gli occhi che luccicavano. Contenti, ansiosi, con la speranza di addormentarci in fretta e di svegliarci il prima possibile.
Era la notte di Santa Lucia, che, a casa nostra, è sempre stata più emozionante del giorno di Natale o di ogni altra festa.

Santa Lucia possiede per me un fascino tutto suo. Io son cresciuto con la gioia di questa tradizione e ancor oggi mi scalda il cuore. Santa Lucia è sempre passata a trovare me e mio fratello anche negli ultimi anni. Posso dire, senza alcuna vergogna, che sulla groppa del suo asinello, si è sempre ricordata di noi, anche in tempi recentissimi.

La mattina ci svegliavamo e trovavamo il suo pacchetto in qualche angolo della casa. C’era sempre un gran buio, la mattina del 13 Dicembre, e ricordo che da fuori arrivava la luce azzurra della luna e il sole proprio non ne voleva sapere di sorgere.
Esattamente in quella mattina così buia quei pacchetti brillavano di una luce particolare.
  

Ora la bellezza di quel dono non stava tanto nel contenuto in sé, ma nel pacchetto.
Carta di giornale, sacchetti di iuta e poi lo spago, la corda di canapa… tutto profumava di un qualcosa che oggi non riesco a spiegare con la bruttura della mie parole. Una cosa tipo le mani di una nonna o una tovaglia un po’ slesa lasciata in un cassetto. Quante storie, quanta storia in quel pacchetto. C’era sì il dono, ma un regalo che sapeva di umiltà, così eccezionale proprio perché del tutto non convenzionale. E poi c’erano tante parole in quei biglietti, spesso il biglietto non c’era nemmeno, le parole erano scritte direttamente sulla carta del pacchetto. Quel foglio di giornale legato con uno spago acquistava un suo senso proprio.

Santa Lucia non ha mai voluto strafare, ha sempre ricercato l’essenza e la straordinarietà delle piccole cose. Nei pacchetti qualche mandarino, cioccolate, pistacchi, noci, semi di zucca e a volte qualche fico secco.
La sua bellezza stava nel fatto che passava sempre. Ogni anno ci si chiedeva se ce l’avrebbe fatta, se ormai fossimo diventati bambini troppo grandi, ma lei non si è mai curata più di tanto della nostra età anagrafica. Per lei contavano altre cose…


Oggi è Santa Lucia anche in Svezia, e qui è una vera e propria istituzione. Si parte coi Lussebullar, fatti di zafferano e uvetta fino ad arrivare alle processioni per le strade con le candele accese e i bambini vestiti con la tunica bianca. 


Il giorno di Santa Lucia è come un ponte virtuale che mi lega nel tempo e nello spazio. Lega le mie case e il mio presente al mio passato.


Santa Lucia stanotte è passata a visitare la Bea e le ha lasciato un pensiero ai piedi del letto. Era già passata anche negli anni precedenti, ma quest’anno è stato diverso. La Bea ha capito. Ha preso coscienza, sicuramente anche attraverso il regalo, di cosa sia Santa Lucia. Ha fatto il primo passo verso una tradizione che manterremo viva nella nostra famiglia. Perché sì, sono convito che siamo ciò che mangiamo, siamo la lingua che parliamo, ma siamo anche la storia e le tradizioni che viviamo.
Siamo quelle mani di nonna levigate su un tagliere, siamo quelle macchie di vino sulla tovaglia, siamo quella carta e quello spago.

Mi manca la mia Santa Lucia, ma mi fa piacere sentire quel piccolo vuoto, perché solo delle cose migliori si sente la mancanza. Sono felice, allo stesso tempo, che quel pacchetto ora sia lì ai piedi del letto di mia figlia. Che sia lì a dire a lei che ci sarà sempre Santa Lucia, e a ricordare a me che c’è sempre stata.

Grazie Santa Lucia, non sei mai passata invano, nulla è andato perso. Quei pacchetti sono ancora tutti lì, al sicuro. Grazie per quelli che verranno.


Auguri a tutti di una felice Santa Lucia.



domenica 24 novembre 2013

Aprire gli occhi e iniziare a sognare.

Cara C.,
qui è Novembre, uno dei mesi cruciali della Svezia, nel senso che se resisti adesso, allora ce la puoi fare per tutto l’anno. Piove, il cielo è nero e c’è buio. Già poco dopo le tre di pomeriggio si fa sera. La neve tarda ad arrivare e le luci del Natale sono ancora lontane. Anche gli Svedesi manifestano un certo grado di insofferenza in queste giornate così cupe. Molti di loro cercano un momentaneo sollievo con qualche breve vacanza in posti decisamente più esotici.


Bene, ho risposto all’ultima tua domanda: com’è il tempo lì? Ora mi mancano solo tutte le altre. Sai, ti avevo chiesto di poter raccogliere le idee e questo è quello che ho fatto. Ti posso assicurare che in questi giorni ho pensato spesso alla tua mail… confuso. Confuso da tanti pensieri.

Ora vedi, alla fine, mi sono deciso e ho voluto scriverti sul Blog perché qui ci hai conosciuto.
All’inizio avrei voluto risponderti punto su punto. Sul lavoro, la casa, l’asilo, il cibo, le amicizie e tutto quanto ti sarebbe interessato ma poi, poi ho realmente pensato in che modo potevo esserti d’aiuto. Tutte le informazioni che cerchi le puoi facilmente trovare in tantissimi siti internet o blog di famiglie e persone che vivono in Svezia. E tra l'altro ti posso assicurare che sono molto meglio di me a descrivere con dovizia di particolari i tecnicismi del vivere qui.
Fondamentalmente potrei raccontarti questi quasi due anni di vita quotidiana, ma lo farei con i miei occhi e la visione che tu ne avresti attraverso il filtro della carta (digitale) sarebbe in parte distorta.

Ti posso riassumere l’essenza del mio pensiero di fronte a quelli che io ho appena definito i tecnicismi.
Per vivere in maniera normale con una famiglia DEVI avere un lavoro.
Per avere un lavoro DEVI parlare la lingua.
Per farlo DEVI studiare.
Sei e sarai sempre quello che sei, ovvero uno STRANIERO in mezzo ad altre persone che potranno essere abitanti del posto o stranieri a loro volta. Questo non lo puoi CANCELLARE e se anche volessi farlo sarebbe come voler cancellare ciò che sei e quindi rinnegarti. Accettarlo e farne un punto di forza potrà solo aiutarti.
La Svezia è un PAESE CIVILE e MODERNO che è arrivato con la sua storia fino ad oggi. Ha tanti lati positivi e anche tantissime CONTRADDIZIONI. E’ parte di un mondo incasinato e fa quel che può per non rimanerne schiacciata.
Quelli che per me potrebbero essere difetti sono pregi per altri e viceversa.
Vuoi fare i CONFRONTI? Benvenuta, sarai in ottima compagnia.
ADATTARSI e MALINCONIA sono due parole con le quali dovrai fare i conti e quando busseranno insieme dovrai essere ben preparata e avere le spalle larghe.

BABBO NATALE NON ESISTE! Si hai capito bene, sai la Svezia di Pippi Calzelunghe, dei boschi verdi, dello stato sociale e tutti gli altri luogo comuni che spopolano nel mainstream?! Esatto, tutta quella roba lì non esiste! Molte delle cose che vengono idealizzate sono solo strumentalizzate dai molti media per raggiungere obiettivi altri. Tante cose positive esistono tutt’ora ma un conto è la realtà, un altro sono le favole. Si, esiste un signore con la barba lunga e bianca vestito di rosso, ma non va di certo in giro su una slitta volante a consegnare i doni a tutti i bambini del mondo. Spero tu abbia capito!

Per il resto tutto è soggettivo. Alcuni si lamentano della chiusura (intesa come riservatezza) delle persone, pensa che gli Svedesi dicono a me che sono una persona introversa. Questo per dirti che a me la loro riservatezza non da nessun fastidio, c'è invece chi non la sopporta. E poi ci sarebbe da parlare del clima ma anche in questo caso dopo aver passato trent’anni in mezzo alla nebbia e all’afa padana, beh, l’inverno e l’estate svedesi ti fanno sorridere.

Ecco, mi fermo qui perché alla fine non è di questo di cui vorrei parlarti. Penso che se tu desideri veramente la Svezia, tutte le informazioni che ti interessano le puoi facilmente trovare e soprattutto penso sia anche molto propedeutico che tu inizi a spulciare siti in lingua svedese, giusto per capire che quello diventerà il tuo pane quotidiano per parecchio tempo. Come dire: io credo molto nell’auto apprendimento e nella propedeuticità dei propri errori.

E allora, di cosa mi vuoi parlare? - ti chiederai tu. Beh, vorrei solo rispondere a quell’unica domanda che ti ho fatto: tu che cosa cerchi?
Ecco a cosa ho pensato per tutta questa settimana… cosa ho cercato e cosa continuo a cercare io.

Potrei risponderti che ho cercato un miglioramento per la mia vita e quella della mia famiglia, similmente a come mi hai risposto tu, ma cosa vorrebbe dire un miglioramento…cos'è una vita migliore?

Sai, se guardo alla cose materiali, se dovessi fare un mero bilancio di cosa ho lasciato e di cosa ho trovato, lasciamo stare non c’è storia. Se ti dicessi che ho lasciato il sogno di ogni famiglia tipica italiana, probabilmente non mi crederesti ma io insisterei col farti vedere la mia casa in campagna con il giardino sempre curato, le macchine nel garage, le biciclette per le passeggiate e le sdraie e l’ombrellone per l’estate, la cucina laccata e il condizionatore. Due ottimi lavori, le partite di calcio il venerdì. Nonni, bisnonni, zii e cugini sempre pronti a dare una mano e poi gli amici, le nostre pizzate e le grigliate d’estate. Potrei continuare per ore e poi dirti che allo stesso tempo non ho trovato il sogno svedese qui ad accogliermi (le famose tre V: Villa, Volvo, Vovve). Ho trovato, invece, un condominio fatiscente con un appartamento che ha più anni di me, la lavanderia in un edificio a dieci metri da casa, qualche ubriaco in ascensore e ogni tanto la macchina della polizia che viene a raccogliere qualche drogato. L’autobus alla mattina e l’SFI alla sera, dove, guardandoti intorno, ti accorgi di essere l’unico leggermente pallido rispetto a un mare di Siriani, Somali o Iracheni che spesso e volentieri litigano tra di loro su questioni sconfinatamente futili. Ho trovato i mille problemi della società moderna: con i negozi sfavillanti e i medicanti davanti.

D’accordo, non vado oltre perché fondamentalmente sai perfettamente di cosa parlo. Chi non te lo racconta, mente. Perché chi tace una verità, mente!
La mia qualità della vita è peggiorata?? Molti ti direbbero di si, io ti garantisco che non è mai stata così alta. Perché non ho perso nulla, ho guadagnato tutto!
Che tu ci creda o no, non sono quelle COSE che mi mancano. Non sono quelle cose che desidero riavere. Non mi manca niente perché quello è niente. Le pietre di una casa, rimangano pietre. Erano polvere prima che io nascessi e polvere saranno quando me ne andrò. Non parlano, non amano non odiano, non piangono né sorridano. Tu puoi anche dirmi che quelle pietre, una sopra l’altra hanno fatto una casa, piena di ricordi e di bei momenti… i ricordi non sono nelle pietre, ma nel mio cuore. I ricordi si muovono con me e mi sorreggono quando c’è bisogno. Quelle sono e rimangono cose, sta poi a noi decidere il valore che devono avere nella nostra vita.

Potrei desiderare una villa sul lago con i fiori sul vialetto, una Volvo sotto alla tettoia e il cane che scorrazza in giardino. Potrei sognare le vacanze in Grecia d’estate e in Norvegia d’inverno a sciare. Poi poteri volere un nuovo cellulare perché, quello che ho, ha già un anno di vita. Una macchina più grossa perché la sacca da golf nuova che ho preso non si abbina con gli interni. E poi c’è l’estetista e il corso di pilates di mia moglie e le lezioni di equitazione per mia figlia, quelle di tennis, quelle di nuoto quelle di pattinaggio, quelle di danza e… e… e…


E’ questa la qualità della vita? E’ questo che dovrebbe giustificare il mio essere? E questo che darebbe la misura della mia esistenza e della mia realizzazione come persona?

A volte mi terrorizza che questo, che molti definiscono sogno, possa permeare nel cuore di mia figlia e renderla schiava. Schiava di bisogni che non ha, di sogni che non sono i suoi, di una vita che non sarà tale fino a quando sarà spesa nella rincorsa di COSE.

Per tutti questi motivi e per questo mio modo di pensare, mi sono sempre sentito straniero in Italia. Una persona in silenzio, come chi non può parlare perché non consce la lingua. Poi un giorno ho deciso che se proprio avessi dovuto continuare a sentirmi straniero allora lo avrei fatto lontano dalla mia casa, e quindi sono venuto qui.

Non mi manca niente, anzi continuo a credere di aver ricevuto troppo.
A dire il vero, forse qualcosa mi manca… mi manca il profumo dell’erba appena tagliata. L’odore del fumo di foglie bruciate, il suono delle campane. Tu, sorridendo, penserai che queste sono forse cose di poco conto, io ti posso assicurare che, quando ci penso, a stento trattengo le lacrime per la forza con cui questi ricordi arrivano nello stomaco. Quante macchine, case o quant’altro scambierei per quei profumi!


E infine arriviamo al miglior stile di vita, per noi, ma soprattutto per i nostri figli. Si perché ovviamente vogliamo sempre il meglio per loro. Il futuro più radioso (e glorioso) della storia, proprio quando la storia ha deciso che fosche nubi si addenseranno all’orizzonte.
Qualcosa di migliore, qualcosa di unico, insomma qualcosa in più, infondendo in loro quel primordiale desiderio del non accontentarsi mai. La rincorsa perenne verso un orizzonte che si sposta sempre più velocemente. E il presente non esiste e viviamo nella proiezione di noi stessi in un futuro che spesso esiste solo nella nostra immaginazione. E cosa succede quando tutto il desiderabile non può essere raggiunto? Quando la realtà bussa? E ti assicuro che non la puoi fare aspettare...

Cerchiamo le migliori scuole, le migliori università (sulla base di quali criteri non è mai troppo chiaro), salvo poi scoprire che il sistema pedagogico italiano è preso a modello proprio da quei paesi che noi giudichiamo migliori.
Vediamo nostro figlio come l'ingegnere che costruirà ponti in grado di collegare i continenti e nostra figlia come il medico che sconfiggerà il cancro. Il sogno di ogni madre o padre. Nessuna madre però vede in quell’ingegnere l’uomo che progetta le armi chimiche che ogni giorno cadono in ogni angolo dimenticato di questo mondo. Oppure una psicologa che imbocca di antidepressivi quei centinaia di malati che la società produce ogni giorno.
Un esercito di tecnici, super specializzati in grado di entrare nel mondo del lavoro in tempo zero. Legioni di ingegneri, architetti, softweristi, controller, operatori di borsa… istruiti, istruitissimi! Ligi al proprio lavoro, realizzati ogni giorno per aver aumentato i guadagni loro e della loro azienda, per aver sfornato sempre più auto, costruito sempre più case, diffuso sempre più apps, venduto sempre più derivati. Perché non ce nulla di male, ci pagano per questo… per aumentare la produttività, accrescere l’efficienza… incrementare esponenzialmente la nostra deficienza. Invadere il mondo di sempre nuovi prodotti. E non importa se molti di questi non servono a niente o nessuno vuole comprarli, ci pensa la nostra cara e amatissima TV (teven, alla svedese) a iniettarci la quotidiana dose di desiderio indotto. E la Svezia non è immune a questo virus!
Ma lo facciamo in nome di un futuro migliore… perché ai nostri figli non manchi mai nulla. Perché devono essere sempre felici. Non importa se poi li facciamo crescere ad altri perché noi siamo troppo impegnati a “portare a case la pagnotta”. Quel pane che ci riempie la pancia.
E' questa l’istruzione che cerchiamo? Il mito dell’avere?! La rincorsa all’apparire?!
Perché se questo è il miglioramento che intendi, il mondo ne è strapieno e lo puoi trovare in ogni paese senza per forza venire in Svezia.
Esistono elenchi dei professionisti maggiormente richiesti nei paesi Scandinavi, come del resto in tutta Europa. Controlla se ai primi posti figurano docenti di letteratura o filosofia, professori di musica, registi, artisti, intellettuali… l’incubo di ogni madre o padre.

Punti di vista.



Ora che ti ho portato fino a qui, ti devo qualcosa, e quindi ti dico cosa ho trovato, così potrai trarre tu le tue conclusioni.

Ho trovato la storia del mio paese. Letta a notte tarda su pagine di libri che le scuole non fanno più studiare. Ho letto tanto e ho cercato di capire tutto il male che le stanno facendo. Perché domani mia figlia verrà da me e mi chiederà il conto. Lo farà semplicemente con un perché. E io dovrò saper rispondere a quel perché e non potrò sottrarmi dallo spiegarle il perché il suo nome è diverso da quello dei suoi compagni di scuola, il perché lei parla una lingua che non è la stessa e soprattutto perché continuano a chiamarla Italiana.

Ho trovato tanti, tantissimi dubbi. Più di quanti ne potessi immaginare. Ma da quei dubbi è nata la forza per cercare risposte. Mi sono sempre messo alla prova. Mia moglie dice che mi complico sempre la vita. Io sfido e logoro me stesso! Si è vero, ma in quella sfida cerco chi sono. A volte ho trovato. Spesso mi sono perso. Il giorno in cui mi sfiderò con sfide che sarò sicuro di vincere, sarà il giorno in cui avrò smesso di essere me stesso.

Ma se parlo così, con tutta questa superbia, è perché in tutto questo sali e scendi ho trovato ciò che realmente mi sorregge e mi spinge.
Mia moglie e mia figlia.

Senza mia moglie probabilmente non staresti nemmeno leggendo queste parole. Senza di Lei non mi sarei mai rialzato quando, piegato in due sulle ginocchia, guardavo dal basso l’asticella che troppo in alto avevo spostato. Senza di Lei molto di tutto questo non ci sarebbe. A volte penso che ci debbano essere altri motivi per cui si ostini a seguirmi. Io ci provo a convincermi che ci sia qualcos’altro, perché nell’istante in cui realizzo che lo fa solo per quella cosa che chiamiamo Amore, beh, in quell’istante io mi perdo e mi sento infinitamente piccolo. Si, piccolo di fronte alla grandezza dei suoi sentimenti, alla sua tenacia nell’accettarmi così come sono, nel venirmi sempre in aiuto ogni volta che vado oltre il limite. Sono infinitamente irriconoscente, perché sono certo che non riuscirò mai a ripagare tutto questo.

E se Lei mi sostiene, mia figlia mi spinge. Mi spinge a studiare la sera tutte le parole nuove che impara all’asilo. Mi spinge a superare la mia chiusura. Mi spinge a darle l’esempio e a farle vedere che non c’è nulla di male nella sua timidezza.
Mia figlia ogni sera non vuole sapere se è stata una brutta giornata o il perché ho fatto tardi. Mia figlia vuole prendere per mano quel bambino di tre anni che lei chiama papà e vuole giocare con lui fino ad addormentarsi.


La scorsa settimana ho anche trovato questa:


Una canzone che mi avevano fatto ascoltare durante le prime lezioni di SFI. E’ tornata mentre ero in macchina e per alcuni minuti mi sono sentito felice. Felice perché capivo il testo e le parole. Perché non mi sembrava vero di essere in grado di ripetere, quasi a memoria, il ritornello.
Perché quando sai quanta fatica hai fatto, allora sai anche quanto grande è la soddisfazione.

Ho trovato anche tante persone nuove che prima non conoscevo. Di tante nazionalità, colori e costumi. Le ho ascoltate e loro hanno ascoltato me. Mi hanno fatto riflettere e capire in quanti siamo a trovarci ora adesso su questa palla blu. Ho trovato tanti punti di vista, che un poco alla volta hanno modificato il mio.

Ma alla fine hai trovato quello che cercavi? Non lo so!
Sicuramente ho cercato e ho trovato qualcosa, ma non so dirti se sia tutto. Ho avuto alcune risposte. Tantissime domande ancora aspettano.

Di una cosa però sono certo: ho cercato! Nessuno mi ha costretto, nessuno me lo ha fatto fare.
Ho voluto, ho deciso, ho cercato.
Cosa ci sia dietro questa volontà a volte me lo domando ancora. Penso che dietro alla mia volontà, ci sia solo altra volontà. Volontà di conoscere, di capire, di cercare e scoprire.


Ecco ora, avrai sicuramente le idee più confuse e magari non avrai ricevuto le informazioni che cercavi, ma ti rimane il tuo sogno. Indipendentemente da dove tu voglia realizzarlo. Che sia Svezia, Italia o semplicemente il paesino in cui abiti lo sai solo tu dove lo realizzerai. L'unico consiglio che ti do è quello di informati il più possibile. Informati sulla Svezia e magari questo Blog non è il posto migliore in cui farlo anche perché, ti ricordo, è scritto da persone che abitano qui da meno di due anni. Ci sono persone che la Svezia l’hanno vista cambiare nei decenni, queste sono le porte che devi bussare se veramente ti interessa capire cose succede da queste parti. Ma informati anche sul tuo paese, su quell’Italia che vorresti lasciare per un po’. Ti assicuro che sotto a quello strato di fango, che continuamente le viene gettato addosso, ti potrà riservare tante sorprese. Il resto è solo dentro di te.

Ora si è fatto tardi e devo scappare.
In bocca al lupo.

Alessandro.

venerdì 8 novembre 2013

Poesia

Ecco con questo post metto definitivamente a repentaglio il mio matrimonio, la mia stabilità famigliare e forse anche parte della mia futura esistenza.
Ma come si sul dire: il destino premia gli audaci, quindi oggi voglio essere audace.

Questo è il frutto del lavoro della mia Signora. Dopo poco più di un anno di studi di svedese ieri ha consegnato questo alla sua insegnate, la quale si è espressa in questo modo:



"Ilaria,Jag tror att det bor en liten poet i dig. Du beskriver väldigt målande och jag tycker att du förmedlar en känsla som är både lite vemodig men ändå full av framtidstro och styrka. Jag tycker att särskilt om dina metaforer."

Vi pubblico la sua opera:


Till dig som vill lämna en tråkig hemland

Packa alla dina grejer och
Glöm bort alla vanliga färger.
Säg hej då på ditt kära språk och
Välkomna en ny okända ort.
Kom ihåg alla goda smaker
Gör ny plats för många nya saker.
Om du ska inte få nya vänner
Ta det lugnt
Ibland det händer.
Bli redo att träffa många svårigheter
Glöm inte alla hemligheter.
Gör allt fört som hälst
Finns alltid en snabbare häst.
Flytt ifrån ditt hemland
Men först
Fyll din ficka med många pengar.



Premesso che io, oggi, non saprei scrive due righe in rima baciata in italiano (fatto salvo per la solita sole-cuore-amore), la cosa più stupefacente non è solo che Lei è riuscita a farlo in svedese, ma soprattutto è riuscita a esprimere con una semplicità sconcertante il nostro sentirci emigrati.

Si, lo ammetto noi siamo persone semplici, senza grandi pretese. Ci mimetizziamo bene tra la folla, manteniamo un profilo basso e molto spesso ci accontentiamo delle piccole cose. Ma sappiamo anche capire quando una cosa è importante e quando merita di essere valorizzata per tutta la sua importanza.

Queste poche righe, che molto probabilmente potranno far sorridere i puristi, sono il raggiungimento di un altro piccolo traguardo…e solo noi sappiamo quanto impervia è stata la via per arrivare fin qui.

Ila, sono rimasto senza parole quando me l’hai letta la prima volta e ancora adesso rimango stupito. Appena avrai finito di leggere questo post (che ovviamente ho scritto a tua insaputa), ti prego di non prendere decisioni affrettate. Primo perché sai benissimo che l’ho fatto a fin di bene e secondo perché mi devi ancora aiutare a tradurre tutto quello che mi chiede la Bea quando mi parla in svedese!!!

Voi non potete capire quanto enorme sia la mia frustrazione ogni volta che mia figlia mi mette alla prova con nuove parole e mia moglie che se la ride mentre guarda la mia faccia da beota con sopra un enorme punto interrogativo.





PS. Non ho tradotto volutamente per non rovinarla, ad ogni modo il nostro Google Translator funziona perfettamente!