Tieni pulita la Svezia.
Giornata nazionale della raccolta rifiuti.
Bra jobbat!
«Mi hanno detto sempre così, nelle commemorazioni: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango, nelle commemorazioni. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo».
“Non rammentava la data precisa, ma doveva essere accaduto più o meno quando aveva dieci, forse dodici anni. Suo padre era scomparso da qualche tempo, non riusciva a ricordare quanto. Ricordava meglio i disagi e i rumori di quel periodo: il panico periodico causato dalle incursioni aeree, le corse verso le stazioni della metropolitana utilizzate come rifugi, i mucchi di pietrisco sparsi ovunque, i manifesti con ingiunzioni incomprensibili attaccati a ogni angolo di strada, i gruppi di giovani con le camicie tutte dello stesso colore, le file interminabili davanti alle panetterie, le scariche di mitragliatrice che di tanto in tanto si sentivano in lontananza. Soprattutto, il fatto che non ci fosse mai cibo a sufficienza. Ricordava lunghi pomeriggi passati a rovistare fra i mucchi di rifiuti e i bidoni della spazzatura per tirarne fuori torsi di cavolo, bucce di patate, talvolta perfino pezzi ammuffiti di pane tostato dai quali venivano grattate via con la massima cura le parti bruciacchiate, oppure trascorsi ad attendere il passaggio di camion che facevano sempre la stessa strada per trasportare foraggio e che talvolta, sobbalzando sulle buche di cui era piena la strada, lasciavano cadere un po' di grani da qualche panello di semi oleosi. Quando suo padre scomparve, sua madre non mostrò stupore alcuno, né segni di intenso dolore, ma in lei si verificò un improvviso cambiamento. Sembrava che niente la interessasse più. Agli occhi di Winston era chiaro che la madre era in attesa di qualcosa che le sembrava inevitabile. Faceva tutto quel che era necessario, cucinava, lavava, rammendava, spazzava il pavimento, toglieva la polvere dalla mensola del caminetto, ma tutto lentamente e con una curiosa assenza di movimenti superflui, come un burattino che per la bravura dell'artista sembra muoversi da solo. Il suo corpo, ampio e ben modellato, sembrava precipitare verso l'immobilità. Se ne stava seduta per ore sul letto, quasi inerte, accudendo la sorellina di Winston, una creaturina malaticcia e silenziosa, con una faccia che la magrezza rendeva simile a quella di una scimmia. Ogni tanto, ma molto di rado, abbracciava Winston, stringendoselo al petto per lungo tempo, senza dire una parola ed egli, malgrado la sua giovane età e il suo egoismo, sapeva che questo gesto era in qualche modo collegato all'evento innominato che stava per verificarsi. Ricordava la stanza dove vivevano, un ambiente buio che puzzava di chiuso, occupato per una buona metà da un letto su cui era stesa una sovraccoperta bianca. C'era un fornello a gas dietro il parafuoco e una mensola su cui veniva tenuto il cibo, mentre fuori, sul pianerottolo, c'era un lavandino di terracotta scura, comune ad altre stanze come la loro. Ricordava il corpo statuario della madre mentre si chinava sul fornello per rimestare qualcosa nella pentola, ma più di tutto ricordava la fame che non gli dava requie e le battaglie feroci e sordide che si scatenavano all'ora dei pasti. Chiedeva mille volte alla madre, con un tono petulante, perché non c'era dell'altro cibo, gridava e inveiva contro di lei (ricordava perfino il tono della propria voce, che stava cambiando prematuramente e che all'improvviso prendeva delle strane note basse), oppure piagnucolava, nel tentativo di commuoverla e ottenere più di quello che gli spettava. La madre, dal canto suo, era pronta ad accontentarlo, convinta com'era che a lui, "il maschio", toccasse di diritto la porzione più grande. Ma Winston non era mai soddisfatto. Ogni volta lei lo supplicava di non essere egoista, di ricordare che la sorellina era malata e aveva bisogno di cibo, ma era tutto inutile. Winston urlava come un ossesso quando la madre finiva di scodellargli nel piatto la sua porzione, cercava di strapparle di mano la pentola e il cucchiaio, attingeva anche al piatto della sorellina. Sapeva che così facendo le riduceva entrambe alla fame, ma non riusciva a controllarsi, pensava addirittura che quanto faceva fosse nel suo diritto. Secondo lui, la fame che gli torceva le budella bastava a giustificarlo. Nell'intervallo fra i pasti, se la madre non avesse vigilato, non avrebbe mancato di sottrarre qualcosa alla miserabile scorta di cibo sulla mensola.Un giorno venne distribuita una razione di cioccolato, un evento che non si verificava da settimane, per non dire da mesi. Ricordava ancora con perfetta chiarezza il gusto di quel prezioso pezzetto di cioccolato. Era una tavoletta da due once (a quel tempo si parlava ancora di once), da dividere in tre. Ovviamente, la si sarebbe dovuta dividere in tre parti uguali. All'improvviso, come se a parlare fosse stato un altro, Winston udì se stesso reclamare, a voce alta e profonda, tutto il cioccolato. La madre gli disse di non essere così avido. Ne seguì una discussione lunga e lamentosa, che si prolungò fra grida, piagnucolii, lacrime, rimostranze, contrattazioni. La sorellina, seduta in grembo alla madre con entrambe le braccia attorno al suo collo, proprio come una scimmietta, lo guardava con due occhioni dolenti. Infine la mamma spezzò la tavoletta di cioccolato, dandone tre quarti a Winston e un quarto alla bambina, che prese la sua porzione e restò a guardarla senza mostrare un particolare interesse, forse perché non sapeva neanche di che cosa si trattasse. Winston la guardò per un momento, poi, con uno scatto repentino strappò il pezzo di cioccolato dalle mani della sorella e scappò via. «Winston, Winston!» gli gridò dietro la madre. «Torna indietro! Restituisci il cioccolato a tua sorella!»Winston si fermò, ma non tornò indietro. La madre lo guardava fisso in faccia, con gli occhi pieni d'angoscia. Perfino adesso che stava ricostruendo quell'episodio, gli attraversava la mente il pensiero che stava per accadere qualcosa, anche se non sapeva cosa. La sorella intanto, consapevole di aver subito un furto, aveva cominciato a lamentarsi debolmente. La madre l'abbracciò, stringendole il capo contro il petto. Qualcosa, in quel gesto, gli disse che la bambina stava morendo. Si voltò e corse giù per le scale, mentre il pezzo di cioccolato che stringeva fra le dita cominciava a farsi appiccicoso.
Non rivide più sua madre. Dopo aver divorato il cioccolato, cominciò ad avvertire un senso di vergogna e vagò ore e ore per le strade, finché la fame non lo risospinse verso casa. Quando tornò, la madre era scomparsa.”
Ciao P.
Ormai ho raggiunto il traguardo fatidico dei tre anni: festeggio nel fine settimana, e mi sento sempre più come un terrone al Nord. Sono già tre anni che faccio l'immigrato (tutti ormai dicono expat per fare i fighi, io invece - che amo la mia lingua - immigrato sono e immigrato mi definisco). Il tempo è volato e di cose ne son successe tante. Tanto sono anche cambiato: non lo dico io, me lo dicono gli altri e probabilmente hanno ragione loro. Io non so se in meglio o in peggio, di certo non sono più lo stesso di quando sono partito.
Certe cose non mi spaventano più, certe altre mi fanno una paura pazzesca (l'ignoranza è una di quelle). Ad ogni modo effettivamente tutto ormai ha assunto una luce diversa. Tollero molto di più certi aspetti della vita e sono diventato un mezzo nazi per molti altri. Diciamo che ho messo meglio a fuoco le mie priorità.
Mia moglie ha iniziato lo scorso anno l'università (per diventare maestra nella scuola d'infanzia) e questo mi ha fatto capire che la nostra permanenza in terra vikinga si prolungherà per parecchio tempo. Il sistema qui consente di studiare, avere una famiglia e gestire la propria vita senza bisogno di aiuti extra. Era una cosa che avrebbe sempre voluto fare e alla fine proviamo, insieme, a realizzare anche questo piccolo progetto (che poi tanto piccolo non è). Non so bene come faccia a leggersi tutti quei libri in svedese (io non ce la farei mai), ma alla fine ci riesce e anche con ottimi risultati.
Come avrai intuito il suo livello linguistico è smisuratamente più alto del mio, ma non mi lamento. Nel quotidiano me la cavo bene e al lavoro ormai è quasi un anno che ho definitivamente abbandonato l'inglese. In scrittura sono ancora troppo lento, ma per il resto me la cavo. Diciamo che ho abbandonato il livello "vùcumprà" e sono passato a quello "bambinodelleelementari". Certo che si fa una fatica!!! Certi giorni in cui rimbalzo di continuo tra tre lingue sono veramente esausto anche se magari non ho fatto granché al lavoro.
Mia figlia cresce, forse troppo in fretta. Mi sembra ieri quando è nata e adesso è già grande. La cosa bella è che ora è in un periodo in cui ce la spassiamo un sacco e ci sono sempre mille cose nuove da fare e scoprire. Alla fine penso sia lei, insieme a mia moglie, il motore della mia esistenza. La mia vita è modellata intorno a lei e la Svezia e la mia azienda mi consentono di dedicarle tutte le attenzioni che merita. Ormai si esprime in due lingue e mezza e dopo il primo anno, un po' duro, è veramente serena.
Ovviamente più passa il tempo e più ci si accorge degli aspetti positivi e negativi del profondo Nord. Non mi riferisco al clima o al cibo, quelle sono cose a cui ci si abitua. Piuttosto agli atteggiamenti delle persone, ai modi di fare, alle abitudini. Adesso, che con la lingua va un po' meglio, si apprezzano le sfumature, i doppi sensi e tante altre cose. Alla fine, terminato l'effetto sorpresa, ci si accorge meglio di dove si è finiti e si riescono a fare alcuni confronti con un po' più di equilibrio.
La Svezia non è il paradiso e l'Italia non è l'inferno, come spesso vorrebbero far credere, ma non è di certo a te che devo spiegarlo.Questa non è la mia terra né la mia patria e sono consapevole che non lo sarà mai, non perché non possa esserlo ma perché sono io che non voglio. Non ne vedo le ragioni: le mie radici sono altrove, ma questo non vuol dire che io debba sottostare ai dettami di chi ha piantato quel seme su quella terra.Quello che voglio dire è che la bilancia per me e per la mia famiglia pende ancor oggi dalla parte svedese per tutta una serie di motivi e in Italia (oggigiorno) non riuscirei più a vivere. C'è un rapporto di amore e odio. Spesso avrei voglia di tornare, perché sento che mi manca tanto, ma poi quando sono lì mi accorgo che non è cambiato niente, anzi adesso vedo cose che prima non mi davano da fare e non le tollero più. Alla fine non mi manca l'Italia, mi manca una sensazione, mi manca un periodo della mia vita che vive solo dentro di me è che ho capito non ritroverò più, perché il tempo è passato e perché io non sono più quello di quei ricordi.
La realtà la conosci meglio di me e penso tu sia abbastanza in gamba per non farti trascinare da quella propaganda auto-razzista che scorre ogni giorno nello stivale. L'Italia è oggi di fatto una colonia governata da tanti vassalli che dettano legge in nome di un imperatore straniero. Alla fine ho capito che quei pochi che hanno consapevolezza non possono che nascondersi tra gli altri e celare il loro rancore. Se sapessi invece che odio mi fanno le tante serpi che si annidano tra gli Italiani all'estero!! Sapessi quante volte ho aperto il computer per ricoprirli con lo stesso sterco che lanciano ogni giorno sui loro connazionali, ma poi ripenso che la stupidità non si cura e quel tempo è meglio che lo dedichi affinché mia figlia non sia mai come loro. La sensazione di non poter fermare il vento con le mani è sconfortante.
Ho provato ad avere discussioni con parenti ed amici per fargli notare che oltre i confini esiste una realtà ben diversa da quella che si figurano. Ho cercato di avere alcuni scambi di idee: il risultato è stato che ho perso anche quei pochi che ogni tanto si facevano vivi. Non me ne rattristo, anzi so che non avrebbe potuto continuare a lungo: non sono bravo a raccontare balle.
Alla fine torno in Italia per le vacanze e per far vedere a mia figlia da dove viene, per far si che mantenga un rapporto con i sui nonni e tutti i parenti. Le sue origini saranno sempre un punto cardinale della sua vita e penso che vivendo a cavallo di due mondi riuscirà ad avere una visione più equilibrata rispetto a chi, immerso in un pensiero unico, non vede le differenze.
[…]
Io invece sono in una sorta di bolla tridimensionale: mentre l'azienda è in forte crisi, continuo a lavorare su progetti molto interessanti e il mio lavoro mi piace un sacco e mi da tante soddisfazioni. Alla sera arrivo a casa stanco ma contento. Coi colleghi non ci sono mai problemi e l'ambiente di lavoro è ottimo. Ovvio che la tensione per le sorti aziendali è sempre alta. Ho fatto cose veramente belle e che mi hanno ripagato di tanti sforzi, in più senza quel continuo stress e senso di nausea che provavo in Italia.
E così me ne rimango qui, sospeso su questo filo che ogni tanto si tende e sembra quasi volersi spezzare, e poi invece si ri-accorcia di nuovo.
Non ho avuto tue notizie e non so cosa ti abbia riservato il destino in questo anno […]
[...] Era però altrettanto chiaro che un incremento generalizzato del benessere avrebbe avuto come effetto indesiderato la distruzione di una società organizzata gerarchicamente. Già in un mondo in cui tutti avessero lavorato solo poche ore, avuto cibo a sufficienza, vissuto in case fornite di bagno e frigorifero, posseduto un'automobile o addirittura un aereo, sarebbero scomparse le forme di ineguaglianza più ovvie e forse più importanti. Una volta, poi, che una simile condizione fosse divenuta generale, la ricchezza non sarebbe stata più un segno di distinzione fra un individuo e l'altro. Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l'avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull'ignoranza. Ritornare al passato agricolo, come avevano auspicato alcuni pensatori all'inizio del XX secolo, era una soluzione impraticabile. Cozzava infatti contro quella tendenza alla meccanizzazione divenuta pressoché istintiva in quasi tutto il mondo; inoltre, tutti i paesi che non si fossero sviluppati industrialmente sarebbero rimasti indifesi da un punto di vista militare e destinati a essere dominati, direttamente o indirettamente, dai paesi rivali.
D'altra parte, mantenere le masse in uno stato di povertà comprimendo la produzione delle merci non rappresentava una soluzione soddisfacente. Ciò avvenne di fatto e su larga scala durante la fase finale del capitalismo, più o meno nel periodo compreso fra il 1920 e il 1940. Si consentì all'economia di molti paesi di stagnare, la terra non venne coltivata, le ricapitalizzazioni arrestate, ampi strati della popolazione mantenuti senza occupazione, sorretti unicamente dalla carità dello Stato. Anche questo sistema, però, ebbe come logica conseguenza un indebolimento sul piano militare e, poiché le privazioni che imponeva erano inutili, l'opposizione a esso divenne inevitabile. Il problema era come riuscire a far girare le ruote dell'industria senza incrementare la ricchezza reale del mondo. I beni di consumo dovevano essere prodotti, ma non distribuiti. E in effetti l'unico modo per raggiungere un simile obiettivo era uno stato di guerra perenne.Scopo essenziale della guerra è la distruzione, non necessariamente di vite umane, ma di quanto viene prodotto dal lavoro degli uomini. La guerra è un modo per mandare in frantumi, scaraventare nella stratosfera, affondare negli abissi marini, materiali che altrimenti potrebbero essere usati per rendere le masse troppo agiate e, a lungo andare, troppo intelligenti. Anche quando gli armamenti non vengono distrutti, la loro produzione continua a essere un mezzo conveniente per utilizzare la forza lavoro senza produrre nulla che sia possibile consumare.
[…] È a questo punto necessario ripetere quel che si è detto poc'anzi, e cioè che la guerra, diventando perenne, ha mutato profondamente la propria natura. In passato la guerra era quasi per definizione qualcosa che prima o poi finiva, in genere sotto forma di vittoria o sconfitta indiscutibili. Nel passato, inoltre, costituiva uno dei sistemi principali attraverso cui le società umane mantenevano un contatto diretto con la realtà. I governanti di tutti i tempi hanno cercato di imporre ai loro sottoposti una falsa visione del mondo, ma non si sono mai potuti permettere di alimentare illusioni tendenti a minare l'efficienza militare. Fino a quando la sconfitta implicava la perdita dell'indipendenza o conseguenze generalmente ritenute indesiderabili, era necessario intraprendere misure forti per evitarla. I fatti concreti non potevano essere ignorati. In filosofia, nella religione, nell'etica o nella politica, poteva anche accadere che due più due facesse cinque, ma quando si trattava di progettare un fucile o un aeroplano, due più due doveva fare quattro. Le nazioni meno forti finivano sempre per essere conquistate, prima o poi, e la lotta per l'efficienza non lasciava spazio alle illusioni. Il possesso di una simile dote, inoltre, consentiva di trarre lezione dal passato, il che implicava a sua volta la necessità di avere una nozione abbastanza accurata di quanto era accaduto. Ovviamente i giornali e i libri di storia avevano ognuno un proprio orientamento politico ed esibivano tutta una serie di pregiudizi, ma la falsificazione delle cose come si pratica oggi sarebbe stata impossibile. La guerra faceva da garante dell'integrità mentale. Anzi, se si prendono in considerazione le classi dirigenti, costituiva la forma di garanzia più solida. Fino a quando le guerre potevano essere vinte o perdute, nessuna classe dirigente poteva ritenersi totalmente irresponsabile degli avvenimenti.Quando, però, diventa letteralmente continua, la guerra cessa anche di essere pericolosa. Quella che si chiama necessità militare viene a mancare. Il progresso tecnologico può anche arrestarsi, mentre i fatti più concreti possono essere negati o trascurati. Abbiamo visto che per fini bellici si fanno ancora ricerche che si potrebbero definire scientifiche, ma si tratta di fantasticherie o poco più, né ha importanza alcuna che non sortiscano effetti pratici. Dell'efficienza non si ha più bisogno, nemmeno di quella militare.
G.Orwell, 1984.[…] Pertanto la guerra, se la si giudica coi criteri dei conflitti passati, è un'autentica impostura. Somiglia a quelle battaglie fra certi ruminanti le cui corna hanno un'angolatura tale che impedisce loro di ferirsi. Pur essendo fasulla, però, la guerra non è priva di significato. Essa divora tutti i beni di consumo in eccedenza e contribuisce a conservare quella speciale disposizione mentale di cui ha bisogno una società organizzata gerarchicamente. Come vedremo, la guerra è oggi un affare puramente interno. In passato i gruppi dirigenti di ogni paese potevano anche riconoscere gli interessi comuni e quindi limitare gli effetti devastanti della guerra, ma si combattevano sul serio: il vincitore saccheggiava sempre il vinto. Al giorno d'oggi nessuno combatte veramente contro un altro. Oggi i gruppi dirigenti fanno innanzitutto guerra ai propri sottoposti, e il fine della guerra non è quello di conseguire o impedire conquiste territoriali, ma di mantenere intatta la struttura della società. La stessa parola "guerra" è pertanto divenuta fuorviante. Non si sarebbe probabilmente lontani dal vero se si affermasse che, diventando perenne, la guerra ha cessato di esistere. Quelle particolari forme di pressione subite dagli esseri umani dal neolitico al XX secolo sono scomparse, sostituite da qualcosa di totalmente diverso. Se i tre superstati, invece di combattersi vicendevolmente, stabilissero di vivere in sempiterna pace, ognuno inviolato entro i propri confini, l'effetto sarebbe identico. In tal caso, infatti, ognuno di loro costituirebbe un universo in sé conchiuso, per sempre libero da influssi esterni che potrebbero infiacchirne la fibra. Una pace davvero permanente sarebbe la stessa cosa di una guerra permanente. Anche se la maggior parte dei membri del Partito l'intendono in modo più superficiale, è questo il vero significato dello slogan "La guerra è pace".